Foggia Calcio – Una città nel pallone: L’applauso di Firenze (Cap. 4)

Firenze si adagiava nell’incavo delle sue valli come una perla di paradiso nella conchiglia dei monti. La bella addormentata sul fiume si destava lentamente, baciata dai tiepidi raggi del sole. I tifosi che, alla spicciolata, vi giungevano per la prima volta, in quella domenica di settembre, contemplavano a bocca aperta quel miracolo di grazia e perfezione, quel fiorire armonioso di case, cupole, torri, campanili. In piazza della Signoria, ricca di favole granduca-li, generosa di spazio e di luce, si mescolavano stupiti alle frotte di turisti. Entravano nell’alterna corsa di strettoie e slarghi dove gli antiquari da secoli mostrano i loro ornamenti.

Scoprivano inaspettati giardini, statue, fontane, pozzi, cortili, chiostri. Il placido Arno pareva una cintura di seta slacciata giù con noncuranza, coi fermagli dei suoi pontili, braccialetti cesellati dagli orafi del Ponte Vecchio. Anche questo è il calcio. Veleggiare sulle ali della fantasia, navigare all’avventura con animo da esploratori, per conoscere nuovi luoghi, confrontare le proprie abitudini di vita, ammirare l’altra Italia. I pellegrini godevano ogni pietra della città di Dante e, in gioiosa carovana, si incamminavano verso l’Artemio Franchi, lo stadio dedicato al mai troppo compianto presidente del TUEFA.

Umorali e competenti, i sostenitori viola avevano ereditato la passione per il pallone dai loro antenati.

Sotto la collina di Fiesole, gli uomini del Rinascimento si divertivano col calcio fiorentino: una lotta senza esclusione di colpi tra squadre di 27 giocatori, leste a contendersi furiosamente un pallone gonfiato ad aria. I fiorentini accoglievano simpaticamente la matricola pugliese, convinti di trascorrere un pomeriggio tranquillo. Si sbagliavano. La pattuglia di Zeman stava per scrivere una delle pagine più luminose della sua storia.

Le squadre scendevano in campo in uno scenario festoso. I ragazzi del Regime Rossonero, assiepati in uno spicchio della curva, esibivano uno striscione accusatore: «Casillo presidente per denaro». Non avevano dimenticato il forzato esilio barese e il caro biglietti. La tela degli affetti subiva il primo strappo.

Il Foggia, inizialmente contratto, soffriva per le sfuriate dei gigliati, decisi a liquidare in fretta la sfida. Un lampo di Faccenda. faceva esplodere di gioia la torcida. In tribuna l’indimenticato Marione Cecchi Gori, il maggiore produttore cinematografico d’Italia, era convinto di assistere a una pellicola a lieto fine. Ma, col passare del tempo, il calcio bailado di Mazinho e Maiellaro si spegneva. Nella ripresa la trama del film assumeva le sequenze del giallo. La compagine rossonera sciorinava il meglio del suo repertorio: pressing asfissiante, anticipi, triangolazioni perfette, ripartenze brucianti. In tre minuti, la fine. Due pugnalate dei terzini con le ali Petrescu e Codispoti laceravano i sogni fiorentini. Il maestro Zeman impartiva una severa lezione al brasiliano Lazaroni. Lo sportivissimo pubblico salutava in piedi, con un lungo applauso, la squadra più bella. Sugli spalti, le bandiere rossonere si gonfiavano liete. Qualcuno, scrutando il cielo limpido di Firenze, scioglieva lacrime di felicità.

Facebook
WhatsApp
Email
Chi sceglieresti come sindaco per il futuro di Lucera?