Foggia Calcio – Una città nel pallone: Il Profeta (Cap. 6)

I quotidiani sportivi avevano accolto con scetticismo l’avvento del Foggia nella massima divisione. I pronostici estivi non davano credito ai ragazzi del boemo. La squadra, troppo inesperta, dal gioco spregiudicato, non suscitava approvazioni. Il campo, però, dava ragione a Zeman. Il tecnico era in auge. Coccolato, corteggiato da grandi club, rimaneva imperturbabile. I monosillabi, le battute ironiche lo rendevano simpatico.

La sua zona unica era osservata con curiosità. Alcuni opinionisti e addetti ai lavori lo esaltavano, altri nutrivano perplessità sulla tenuta atletica e gli rimproveravano la tattica suicida del 4-3-3.

Gigi Maifredi, tecnico del Bologna, in un’intervista al Corriere dello Sport, dichiarava: «Il Foggia è la squadra che diverte di più.

Il segreto di Zeman? È stato bravo a scegliere i giocatori giusti. Il ragazzo che ha fame ti dà di più di quello che ha già mangiato».

Mircea Lucescu, direttore tecnico del Pisa, spiegava ai lettori della Gazzetta dello Sport: «In Italia c’è solo il Foggia che gioca accelerando il processo di maturazione del singolo in modo da sviluppare, sia pur in giovane età, la cultura tattica». E Giampiero Boniperti, amministratore delegato della Juventus, confidava alla Gazzetta dello Sport: «E nipote di Vycpalek, avevamo pensato di affidargli, tre anni fa, la direzione tecnica di tutte le nostre squadre giovanili. E un allenatore che stimo, anche se contro la Juve, dopo Bari, è stato un po’ troppo severo». Aldo Agroppi, sul Guerin Sportivo, scriveva: «Otto al Foggia. I rossoneri pugliesi sono come l’Inghilterra, che, non avendo capito di aver perso la guerra, hanno finito per battere la Germania. Alla faccia dei dubbi sulle sue possibilità, la squadra di Zeman continua a vincere e a convincere».

Gianni Brera, grande teorico del calcio all’italiana, chiosava sarcastico su la Repubblica: «Foggia-Parma costituisce novità allarmante per le damazze storiche del Torneo. Il boemo Zeman ripete il metodo degli anni Trenta al suo Paese e passa per novatore. Ha già dichiarato che in Italia si lavora poco. Aspetto quel severo ginnasiarca ai giorni fulminanti del favonio. Penso che la nostra ignoranza non meriti rispetto alcuno, dal momento che ci insultano anche coloro che profumatamente paghiamo. E noi, rispettosi, plaudiamo».

Anche Silvio Berlusconi era perplesso: «Il boemo ha dimostrato che è l’uomo a fare la differenza. – dettava in un’intervista al Corriere dello Sport – Diverte, ma non credo sia possibile riproporre il modello Foggia in un’altra città».

A Torino, la pattuglia rossonera buscava una sonora batosta. I granata si imponevano per 3-1. L’italianista Mondonico metteva a nudo impietosamente i limiti del modulo zemaniano. Il Foggia concedeva ampi spazi alle incursioni avversarie. Il ricorso esasperato al fuorigioco esponeva i difensori a figure barbine. La sconfitta non turbava i sonni dell’allenatore. Flemmatico come sempre, il martedì conquistava le prime pagine con un’uscita clamorosa: «Per lo scudetto ci siamo anche noi». Il furbo profeta voleva, con quella provocazione, galvanizzare lo spogliatoio. Il riscatto era immediato. La squadra era in salute. Batteva l’Ascoli di misura tra le mura amiche, pareggiava con la Roma all’Olimpico e si preparava al derby.

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