Foggia Calcio – Una città nel pallone: Il derby (Cap. 7)

Sir Edward Stanley, conte di Derby, era un uomo singolare.

Apparteneva a quella gentry di campagna che aveva avviato, con la produzione di beni di lusso, la rivoluzione industriale. Amava gli animali e in particolare stravedeva per i cavalli. Nel 1780 l’eccentrico gentiluomo promuoveva ad Epsom la prima gara al galoppo riservata ai destrieri di tre anni. Il suo casato passava alla storia.

Nel mondo dell’ippica il derby designava le più importanti prove annuali. Il termine diventava alla moda anche nel calcio, indicando le sfide del Campanile, i duelli tra città rivali da sempre.

Foggia-Bari non era una partita qualsiasi, ma la partita.

Antiche rivalse accendevano gli animi. I baresi primeggiavano nell’industria, nell’artigianato e nell’agricoltura. Quella gente di mare operosa e col commercio nel sangue, aiutata da una classe politica amica, aveva strappato alla Capitanata mille opportunità di progresso.

Bari, città dinamica, opulenta, aveva saputo darsi un’immagine vincente. Era il regno dei fratelli Matarrese, potenti vicerè della Puglia, che, mattone su mattone, avevano costruito un impero. I foggiani vivevano di pane e pallone e gonfiavano il petto. Un balocco bello e divertente come Zemanlandia i cugini se lo sognavano.

L’astro rossonero luccicava sulle prime pagine dei giornali e al quarto posto, mentre i galletti, con la miseria di soli tre punti, affondavano nei bassifondi della serie A. Sul derby spirava il vento dell’Est. Il duello tra Zeman e Boniek aveva un sapore zigano.

I santuari del tifo da giorni erano in fermento. Si apprestavano a celebrare intensamente i rituali di quella domenica. Volevano abbagliare con scenari cromatici mai visti. Il colpo d’occhio era da grandi occasioni. Il settore Nord era un monopolio barese, tutto addobbato di festoni biancorossi. I ragazzi del Regime e dei clubs organizzati replicavano vestendo di rosso e nero lo Zaccheria. Da una curva all’altra rimbalzavano inni gioiosi, sfottò irridenti, incoraggiamenti. L’attesa sembrava infinita. Il conto alla rovescia scorreva lento.

Le due formazioni finalmente entravano nell’arena. Volevano vincere. Il Foggia, per mentalità, non era abituato a calcoli. Il Bari aveva bisogno della vittoria come il pane, per dare ossigeno ad una classifica asfittica.

Sin dai primi calci la giostra di Zeman prendeva a girare a velocità supersonica. La freschezza atletica e le manovre ariose di Barone e compagni stroncavano gli avversari, incapaci di reggere quei ritmi. La dea Eupalla eleggeva Baiano suo messaggero. Al 18’ lo scugnizzo di Soccavo inaugurava la sua giornata di grazia. Con un gol capolavoro inceneriva le piccole speranze baresi. La contesa si infuocava. Il Bari cercava di replicare, invano. La brigata del boemo era padrona del campo. Il gioco fluiva piacevole e irresistibile. Al 44′ l’arbitro Trentalange di Torino puniva con un penalty un fallo in area di Platt su Shalimov. Ciccio-gol violava per la seconda volta la porta di Biato. I galletti, però, alzavano la cresta e, allo scadere, dimezzavano lo svantaggio con Giampaolo.

In tribuna si giocava un’altra partita. Pasquale Casillo era nervoso. Voleva vincere. Fumava una sigaretta dopo l’altra, mal celando la tensione Presidente emergente in serie A, desiderava un’affermazione di prestigio che consolidasse la sua immagine. Vincenzo Matarrese gli sedeva accanto e pareva rassegnato. Riconosceva i limiti del suo Bari, privo di attaccanti di valore. La ripresa metteva a nudo le lacune degli uomini di Boniek. Il pressing foggiano non dava tregua. Il fortino biancorosso innalzava bandiera bianca. Beppe

Signori, al 76′, imprimeva il suo sigillo alla disfida. Il calvario barese non era finito. Quattro minuti dopo, Baiano, sempre lui, andava in gol, coronando una straordinaria partita. Il villaggio gioiva. Umiliati gli odiati levantini, poteva bere il dolce nettare del riscatto.

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