Foggia Calcio – Una città nel pallone: La domenica del villaggio (Cap. 1)

La città sonnolenta si era destata in preda ad una strana eccitazione. Non bandiere alle finestre, caroselli festosi per le strade, solo il lungo respiro dell’attesa. La domenica del villaggio si snodava lungo i viali alberati, nei bar, sotto i portici, nei tradizionali ritrovi. Il Foggia esordiva in serie A dopo quattordici anni. Non si parlava d’altro. Un’esaltante avventura incominciava. C’era fiducia. In estate la spina dorsale della squadra si era irrobustita.

Il presidente Pasquale Casillo, deciso a ben figurare, aveva consegnato a Zeman tre giocatori di statura internazionale: il rumeno Dan Petrescu, i due moscoviti Shalimov e Kolyvanov alimentavano i sogni di un capoluogo che non voleva più soffrire. Il calcio poteva segnare il riscatto degli umili, lenire i tormenti di una collettività prigioniera della criminalità, della disoccupazione, delle sue ancestrali paure. Si sperava in una rinascita. La trionfale cavalcata dei ragazzi di Zeman verso la promozione aveva suscitato entusiasmi. Quel giocattolo così bello prometteva nuovi divertimenti.

Il computer aveva fissato per l’esordio un appuntamento proibitivo. L’orchestra del maestro di Praga si preparava ad eseguire la prima rapsodia alla Scala del calcio. Il piccolo Foggia contro l’Inter di Orrico. Una sfida già segnata. Un manipolo di irriducibili, guidati dal sindaco-tifoso Domenico Verile, era partito alla vigilia, invadendo gioiosamente la Milano da bere. Ad aspettarli in piazza Duomo gli emigranti pugliesi del Nord, rappresentanti della borghesia operosa della metropoli e soprattutto i paisà dalle facce inconfondibili, costretti a diventare operai, ma col cuore contadino.

Avevano abbandonato il podere, l’aratro, la loro terra. Dopo la grande guerra, negli Anni Cinquanta e Sessanta, avevano salutato i paesi della Daunia per tentare la fortuna verso le ciminiere del triangolo industriale. Quella mattina sotto la Madonnina si parlava pugliese. Baci, abbracci, saluti affettuosi, parenti lontani ritrovati.

Chechele e Nenella, ambasciatori della Puglia a Milano, ospitavano nel loro ristorante «La Porta Rossa» il primo cittadino e il suo seguito. Il cordone ombelicale degli affetti si ricomponeva. Era un giorno particolare. Nella clessidra della memoria si mescolavano emozioni irripetibili. Non importava tanto la contesa. Era bello ritrovarsi, stare insieme, anche se per poche ore, partecipare all’evento.

Il serpentone festoso si spostava compatto verso San Siro. Lo stadio, cattedrale pagana della dea Eupalla, offriva un colpo d’occhio suggestivo. Il catino abbracciava idealmente le squadre, in un garrire di vessilli rossonerazzurri. A ottocento chilometri di distanza si giocava un’altra partita. Nemmeno un’anima per le strade.

Deserte le piazze. Nei bar, nei santuari del tifo, si preparavano i riti della liturgia domenicale. L’attesa scorreva via etere e in modulazione di frequenza. Le voci concitate della radio facevano palpita-re. La stilettata di Baiano profanava il tempio. La curva rossonera di San Siro ondeggiava, si ingrossava. Gli irriducibili, scrutando gli spalti maculati a festa, si accorgevano di non essere soli. Saliva al cielo l’aquilone del gol. Quell’urlo cacciato in gola all’unisono liberava gli affanni. Univa in un abbraccio due città.

Era la rivincita di chi, almeno col calcio, esorcizzava i problemi della quotidianità. Il biscione ferito, con un colpo di coda salvava la pelle con Ciocci. Finiva in parità. Il popolo in delirio assaporava il dolce gusto dell’impresa. Perfino il sole di Milano sembrava meno triste.

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