Tenera la notte nei cuori. Piccole lucciole le carovane sulla strada amica. L’aurora illuminava la sterminata piana del Tavoliere.
Gli occhi assonnati, ancora lucenti di gioia, salutavano i cari luoghi di ogni giorno. Era il ritorno. Briciole di felicità nel caffè del mattino.
La gente andava al lavoro con animo più sereno. Leggeva i titoloni dedicati a Zemanlandia e si inorgogliva. Effimere consolazioni medicavano le ferite, celavano i problemi. Tra le pieghe dei giornali, quasi inosservati, v’erano ben altri accadimenti.
La città, frenata da un cronico immobilismo, accusava un tasso

Rambaudi, Baiano e Signori
di disoccupazione superiore al 20%. Un segnale preoccupante. Il bacino del Tavoliere offriva sulla carta mille prospettive. Tuttavia, l’atteggiamento passivo, la rassegnazione, avevano cancellato gli antichi, dignitosi tratti di un territorio impoverito. Si doveva favorire una crescita e invece Foggia si consumava nell’attesa dell’ennesimo messia. Smarrito l’orgoglio, l’operosità di un popolo impigrito, affiorava il degrado.
Era forte la recessione nel settore industriale. I dati denunciavano una riduzione del 18% dei consumi di energia elettrica.
Il lato finanziario pareva contraddire una crisi strisciante. Gli sportelli bancari erano in aumento e il rapporto impieghi-depositi toccava il 60, 76%, un livello vicino alla media regionale. Però gli investimenti latitavano. I ricchi foggiani preferivano tenere i miliardi sotto il mattone. Avevano paura. Incapaci di rischiare iniziative, si accontentavano di poche lire d’interesse. E così, senza una linea dinamica, le risorse languivano. Gli indicatori economici segnalavano la Capitanata al settantottesimo posto nella classifica sul reddito delle province italiane.
Un’altra annosa questione riguardava un bene primario: la casa.
Agli inizi degli Anni Novanta l’intera periferia foggiana pullulava di baracche come ai tempi del dopoguerra. Una vergognosa visuale salutava i forestieri in transito. Altre cittadine avevano il loro Piano Regolatore. Foggia no. Era cresciuta nel cemento selvaggio, attraverso una diffusa speculazione edilizia che ne aveva deturpato i lineamenti.
Gli amministratori avevano speso centinaia di milioni per pagare gli artefici di nuovi progetti urbanistici. Invano.
Il costo eccessivo degli appartamenti costringeva numerose famiglie monoreddito a cercare alloggi di fortuna a Lucera, Orta Nova, Carapelle, Troia, Manfredonia. Il fabbisogno abitativo provocava il caro-affitti. Il sindaco Domenico Verile aveva affidato, nel 1990, all’urbanista Leonardo Benevolo la nuova topografia. Il piano, in espansione, prevedeva una realizzazione di circa 36.000 vani, nella zona delle Officine Grandi Riparazioni della ferrovia e nell’area dell’ex ippodromo. Questi alloggi dovevano accogliere i nuclei familiari, da anni in cerca di un tetto. Un piano per lunghi anni impigliato nelle sabbie mobili di beghe intestine tra politici e imprenditori e tuttora sotto esame.
La città e la sua provincia da tempo erano insidiate da una criminalità sempre più organizzata. Inquietanti alcune statistiche.
In meno di dieci anni le rapine erano passate dalle 111 del 1984 alle 401 del 1991, con un picco di 463 nel 1990. Lievitava il racket delle estorsioni: gli 8 casi diventavano 37. In Capitanata le denunce si moltiplicavano: da 27 a 137. Identico il trend degli incendi dolosi: da 35 a 110 a Foggia e da 40 a 191 nel resto della provincia.
C’era poco da gioire. La comunità aspettava la domenica per dimenticare le ansie. Zemanlandia era il talismano pronto a esorcizzare la realtà, il sapore dell’infanzia, di partite viste sulle spalle dei papà, di una fede incrollabile.