Alquanto remote e incerte sono le origini del primo Ospedale Civile a Lucera. All’inizio del XIV sec. sembra che un lazzaretto si trovasse a ridosso della chiesa di S. Antonio Abate, affidato, con molta probabilità, all’Ordine Ospedaliero dei Cavalieri Teutonici; circa venti anni dopo fu il vescovo croato Agostino Casotti – inviato a Lucera dal papa Giovanni XXII, su richiesta del re Roberto d’Angiò – a fondare (tra il 1220 e il 1223) un vero ospedale sui ruderi di grandi magazzini musulmani, che erano a fianco del convento dei Domenicani, la cui amministrazione fu affidata alla Congregazione di S. Maria delle Cammarelle (oggi Arciconfraternita di S. Maria delle Grazie), così detta perché i confratelli erano soliti riunirsi in piccole camere (camarelle, appunto) attigue alla Cattedrale, dove, tra l’altro, venivano ricoverati e assistiti i confratelli ammalati, e dove lo stesso vescovo volle poi istituire un orfanotrofio femminile, detto di S. Maria dell’Annunziata (oggi inteso Istituto S. Anna). Nel 1365 (o 1380) la regina Giovanna I scrivendo al Vescovo e al Capitolo della Civitas Luceriae li esortava a non opporsi alla costruzione di un ospedale.
Dell’attività di quest’ospedale nei suoi primi secoli non si hanno notizie. Da un’iscrizione, del 1558, che era incisa all’interno dell’ospedale, si apprende che esso fu poi ampliato e migliorato dalla stessa Confraternita. L’ospedale si reggeva con le elemosine raccolte tra i confratelli e i cittadini benefattori. A questi proventi vennero ad aggiungersi quelli derivanti dall’assegnazione di 40 some (circa 100 ettari) del terraggio lucerino, già assegnate all’ospedale o lazzaretto di S. Antonio Abate, ormai estinto.
Nel 1628, essendo sorte delle questioni relative ad abusi di alcuni confratelli, l’amministrazione dell’ospedale venne affidata (con atto del 13 aprile 1628 del notaio Felice Palumbo) ai religiosi di S. Giovanni di Dio. Questo trasferimento si rese necessario anche per migliorare l’assistenza agli infermi con personale più idoneo e più preparato.
Dal 1628 al 1809, anno della soppressione napoleonica degli Ordini religiosi, nulla si conosce dell’attività dell’ospedale; si sa tuttavia (da un documento del 1835) che i locali terranei furono adibiti prima ad uso di Ospedale Militare, fino al 1799, poi a magazzini annonari, fino al 1809, e in seguito ad Ospedale per i carcerati, finché non furono definitivamente sgomberati.
Con la legge di soppressione degli ordini religiosi e l’incameramento dei beni ecclesiastici l’ospedale si trovò in gravi ristrettezze economiche, perché restò privo di fondi e di assistenza – le oblazioni dei confratelli bastavano solo a tenere in vita la sola Confraternita – perciò il direttore dell’Ospedale Cherubino Bianco (1811) era costretto a chiedere la retta di 12 grana al giorno alle persone che colà mandavano gli infermi, e ciò fa supporre che l’ospedale non fosse più adibito al ricovero degli infermi bisognosi. Eppure in tali condizioni l’ospedale disponeva di un direttore, di un agente di sorveglianza, di un medico e di un chirurgo; ma la situazione non migliorò neppure col decreto di restaurazione (16 maggio 1818) e con la restituzione delle 40 some di terraggio, perché l’ospedale continuò a vivere la sua grama vita di elemosine, a spese soprattutto di pochi fratelli, tanto che non era possibile pagare neppure l’onorario al medico Antonio Zappelli.
Nel 1820 (18 maggio) un provvedimento del Consiglio di Beneficenza della Capitanata, restituendo l’amministrazione dell’Ospedale ai Fatebenefratelli – direttore fu eretto padre Felice Cocchi – stabiliva quanto segue:
1. I religiosi di S. Giovanni di Dio devono esercitare le opere del proprio istituto per servizio degli infermi accolti.
2. La cura del mantenimento di esso Ospedale deve restare a carico dell’Arciconfraternita di S. Maria delle Grazie, e il numero degli infermi non deve superare quello di 10.
3. I salari degli impiegati al servizio sanitario devono essere pagati dal superiore anzidetto, in quella proporzione che viene fissata d’accordo tra l’Arciconfraternita e i Deputati (i due consiglieri comunali demandati al controllo dell’amministrazione dell’ospedale).
Con il ritorno dei Fatebenefratelli l’ospedale conobbe un qualche miglioramento e per la prima volta fu dotato di un regolamento interno. Il corpo sanitario era costituito da un medico, un farmacista e un capo-infermiere. L’Arciconfraternita continuò ad esercitare il controllo sull’attività amministrativa ed assistenziale, espletata dai religiosi, eleggendo “due probi e graduati fratelli, i quali in ogni giorno devono visitare l’Ospedale, presiedere, e badare ad ogni altro bisognevole, acciò gli infermi caritativamente, a norma dell’obbligo, siano assistiti, curati e governati”. I Fatebenefratelli vi restarono fino al 1866, quando per la seconda volta – sotto il governo dei Savoia – furono soppressi gli Ordini religiosi e le Confraternite.
Abbandonato nuovamente l’ospedale dai Fatebenefratelli, esso venne a trovarsi nuovamente senza direzione e coinvolto in vicende giudiziarie, perché il Comune, rivendicando la legittima proprietà (in ragione del citato rescritto del 1818) sulle 40 some di terraggio, adì il tribunale, che gli riconobbe (25.6.1869) la proprietà non solo del terreno, ma anche dei locali addetti ad ospedale. Tale sentenza fu confermata anche dalla Corte di Appello di Trani, sicché il Comune assunse l’amministrazione e la direzione dell’ospedale; epperò in seguito al successivo ricorso dell’Arciconfraternita sempre la Corte di Appello di Trani restituì (20.6.1873) l’amministrazione all’Arciconfraternita, in concorso però con due delegati del Comune. Ma le controversie non finirono, infatti nel 1905 la Prefettura di Foggia sollecitò la Confraternita a rimettere gli atti relativi allo Statuto e al Regolamento Interno dell’Ospedale Civile, ciò che l’Arciconfraternita fece inviando gli atti (approvati in assemblea plenaria con deliberazione del 13 aprile 1905) alla Congrega di Carità, che li approvò e li passò al Comune per il parere. Il Consiglio Comunale, dopo diversi mesi, deliberò per l’autonomia dell’Ospedale (secondo l’art. 60 della legge 17.7.1890), oppure per l’unione all’Ospizio de Nicastri, ed approvò un nuovo Statuto, in contrasto con quello presentato dalla Confraternita, nel quale, tra l’altro si stabiliva di sostituire i due infermieri e il cuoco dell’Ospedale con tre suore appartenenti agli Ordini Ospedalieri; che la nomina dei sanitari e del farmacista non ricadesse solamente sugli iscritti all’Arciconfraternita, e che fosse consentito ad un medico esterno all’Ospedale di prestare soccorso d’urgenza ai ricoverati. La precaria situazione si protrasse fino al 1914, allorché, per la morte di un degente – ascritta alla negligenza degli infermieri -, si rese opportuna la loro sostituzione con cinque suore dell’Ordine di S. Anna, col che l’assistenza certamente migliorò, ma l’attrezzatura sanitaria e l’arredamento dell’Ospedale rimasero insufficienti alle necessità e antiquati: la sala operatoria era sistemata in un locale antigienico e privo di luce, lo strumentario chirurgico era inadeguato, tanto che i due chirurghi succedutisi in quell’epoca, Costantino Bellucci e Francesco Lastaria, operavano con ferri di loro proprietà. Solo più tardi il prof. Mario Romeo, successore di Lastaria, ottenne lo strumentario necessario.
Una novità fu introdotta nel 1927 allorché si estese il ricovero alle donne, in precedenza accolte solo nell’Ospedale De Nicastri (trasformato poi in Ospedale Oftalmico).1 Alcuni anni dopo (30.3.1933) il Consiglio di Amministrazione approntò un nuovo Statuto, che fu approvato con regio decreto del 19.10.1933. Esso comprendeva sei capitoli, divisi in venticinque articoli, che dettavano le norme per l’ammissione degli infermi e per l’amministrazione dell’Ospedale, nel quale era severamente vietato il ricovero di infermi affetti da malattie croniche, infettive, celtiche e tubercolari; si stabiliva che il Consiglio di Amministrazione doveva essere di cinque membri nominati dall’Arciconfraternita, la quale sceglieva i medici tra i suoi iscritti, e questi erano tenuti a prestare servizio volontario e gratuito.
Nei suoi ultimi anni di vita il vecchio Ospedale ebbe come direttore il dr. Giuseppe De Peppo, assistito dai dottori Lucio Tozzi e Matteo Rossetti, mentre al servizio infermieristico provvedevano cinque suore dell’Ordine di S. Anna.
Il 3 novembre 1963 fu inaugurato il nuovo Ospedale F. Lastaria, sorto a spese del Comune e per interessamento di un folto gruppo di benemeriti dell’ambiente medico lucerino, al fine di soddisfare l’accresciuta e imperiosa esigenza di assistenza.
_________
1. Nel 1883, con lascito della marchesa Rosa d’Amelj-De Nicastri, e del figlio Nicola, sorse un ospizio per i vecchi inabili di entrambo i sessi. Nel 1906 parte di quest’ospizio fu trasformato in ospedale muliebre. Il Consiglio Comunale, con delibera del 27 dicembre 1907, dispose che anche l’altra parte dell’Ospizio si trasformasse in ospedale e che si chiamasse Ospedale Muliebre De Nicastri. Il patrimonio dell’istituto ammontava a circa 70 mila lire, che fruttava una rendita annua di oltre tremila lire ed era amministrato da una speciale Commissione, nominata dal Consiglio Comunale.
a cura di Dionisio Morlacco



















