Storia di Lucera (Capitolo 21): Il cuore di Lucera: ammizze u lareghe.

 È il largo più noto e celebrato di Lucera, il largo per eccellenza, il centro materiale e spirituale della città, noto a tutti col popolare riferimento: ammizze u lareghe. È la maggiore piazza, il cui spazio è il risultato dell’influenza esercitata sull’urbanistica del luogo dalla presenza del tempio angioino.

“Oblunga e disarmonica” (Soccio) per l’irregolarità del suo disegno, del perimetro e della disposizione dei volumi racchiude in sé, tuttavia, una compattezza e una sintesi delle parti che si avvertono nella suggestione che promana dall’architettura romanico-gotica della chiesa madre: ‘a chijsa granne, “la chiesa grande”, fatta erigere dal re Carlo II d’Angiò e consacrata nel 1302.

Percorrendola lo sguardo non soffre la costrizione del chiuso, perché vari sbocchi offrono intorno l’occasione per una fuga discreta, ma, scavando nel passato e nella tradizione, una certa determinazione di luogo ben definito e circoscritto affiora dalle consuetudini cittadine, che hanno eletto il largo a luogo di ritrovo, di vita, a punto di incontro, donde la definizione “salotto di pietra” attribuita alla piazza, dove la gente sosta, passeggia e chiacchiera, e il turista indugia ammirato, levando al cielo gli occhi ad inseguire la solenne struttura della Chiesa Madre. E, come un accogliente salotto, questa nostra piazza ha ospitato ogni sorta di manifestazioni: popolari, mondane (nella Casina, o “Circolo Unione”), religiose, politiche, culturali, televisive (Campanile Sera), ecc. Memorabile assemblea di popolo si raccolse la sera del Capodanno 1886, quando si levò alta la protesta di Lucera contro le manovre del Ministro Taiani, dirette a convocare in Foggia la corte straordinaria del Circolo di Assise, che nella nostra città aveva la sua sede naturale e storica. Qui al tempo dei memorabili carnevali, tra ali di folla incantata e plaudente, sfilavano i carri allegorici, allestiti dalla fantasia brillante di geniali concittadini. Le cronache locali e la memoria degli anziani tramandano, con pungente nostalgia, il ricordo delle numerose carrozze padronali, adorne di fiori e di belle dame, che partecipavano alla sfilata finale del carnevale, spargendo intorno confetti e fiori. Allora “i carnevali pubblici consistevano nel preparare dei festival in Piazza Duomo, bellamente illuminata, e nelle sere delle domeniche e negli ultimi tre giorni del carnevale, si ballava in tutti i punti ove vi erano piccole orchestrine; preparavano anche una lotteria ben fornita di oggetti artistici e di valore; si davano premi alle migliori maschere”,1 si ingaggiavano combattimenti a suon di confetti dai balconi di casa Cavalli a quelli dirimpetto di casa Nocelli. Per il carnevale del 1905, organizzato dagli estrosi Daniele Damiani (u Cavalíre), Marco Di Giovine e Raffaele Lepore, fu creata una fontana che abbelliva la piazza, con un grande arco di trionfo nel mezzo. Dinamico artefice e creatore di meravigliosi carri era pure Costantino Lucera, infaticabile organizzatore delle sfilate. Nativo di Biccari, si era trasferito a Lucera, e nel portone Quaranta aveva posto il suo laboratorio, pieno di carri e di costumi, che dava anche in fitto a quanti volevano concedersi una serata di spensierata goliardica allegria. E proprio dal portone Quaranta uscivano i carri per la sfilata generale.

      Ammizze u lareghe s’innalzava l’albero della cuccagna e per la rinomata festa padronale (‘a fèste d’aúste), in un’incantevole cornice di luci, di musica, di popolo, numerosi arrivavano i lucerini emigrati e i forestieri dai paesi vicini. In tali momenti “il Duomo con la sua monumentale verticalità” celebrava il trionfo della cristianità sulla rozza esoticità dell’islam (non a caso il più bello e sublime arco interno della chiesa è detto “Arco del Trionfo”). Dove il muezzin durante il giorno operava il miracolo dell’Oriente vicino, la solennità gotico-romanica del Tempio elevava – ed eleva – più degnamente lo spirito all’Assunta. La piazza si impreziosisce anche del ricordo della banda cittadina, che qui si esibiva, diretta dal geniale Silvio Mancini. Questi, con rigore e competenza, era riuscito ad amalgamare mirabilmente un insieme eterogeneo di musicanti (60 elementi) fino a creare un complesso organico, che fu protagonista di esecuzioni ed interpretazioni musicali di alto livello. Nota come “la banda di Mancini”, riscosse ovunque applausi e destò unanime ammirazione. In Piazza Duomo si esibiva il giovedì e la domenica di ogni settimana, da fine aprile a metà ottobre. Ed era un appuntamento, una festa tra le note, che nessuno voleva perdersi. Molti componenti della banda (conosciuti dal pubblico locale coi nomignoli affettuosamente coniati sulle peculiarità di ognuno) ebbero una brillante carrieta in Italia e all’estero, perfino in America: Curti, Favilla, Massariello, Pertola, ecc. Nell’arioso trasporto della musica, che scendeva nei cuori ad educarli, affinandoli, se il ricco si beava, il povero per un momento dimenticava le sue tribolazioni.

Strutturalmente il cuore di Lucera cominciò a delinearsi dopo la distruzione di Costante II (nell’anno 663), che spazzò via le ultime vestigia del Foro romano, ivi ancora esistenti. Nel periodo svevo il luogo fu dominato dalla maggiore Moschea saracena. Allo stesso tempo risale l’attuale assetto viario a raggiera, convergente al centro, rappresentato dalla Moschea allora, oggi dal Duomo. Questo, eretto a Basilica Minore nel 1834 dal Papa Gregorio XVI, fu dichiarato Monumento Nazionale nel 1874, per interessamento di Ruggero Bonghi, che promosse un ampio restauro – compiuto dal 1878 al 1892 – per restituire al tempio la sua architettura originaria, abbattendo le quattro Cappelle laterali del seicento e l’Arco delle Orfanelle (l’arche i ruffanèlle). Ancora un consistente restauro fu eseguito nel 1928 ed un altro sul finire del XX sec. 

Vetusti palazzi, testimoni della storia locale, circondano tutt’intorno la Cattedrale e delimitano la piazza: edifici diversi per forma e dimensioni, dignitosi nelle strutture, irregolarmente disposti a custodire lo spazio. Nei loro terranei (i suttane) ancora si perpetua una degna tradizione di circoli, negozi, bar, a cominciare dal più rinomato circolo cittadino Vittorio Emanuele II, che nacque in un terraneo del palazzo Cavalli e che nel 1885 si fuse con l’altro dell’Unione, trasferendosi nell’attuale sede sotto il Vescovado. Nei locali così liberati si installò prima il bar Al Vermouth, poi un cinematografo e nel 1913 il Circolo degli Impiegati, proveniente da un terraneo all’angolo del palazzo Nocelli – ove aveva sostituito la Casa degli Amici, affrescata dal pittore Francesco De Vincentiis – e che vi era approdato dal 1° piano del palazzo Lombardi. Sotto il Vescovado era anche il Circolo Cattolico – negli ultimi tempi rinato come Circolo Cattolico Vico Necchi -, mentre sotto l’Orfanotrofio di S. Anna si allocò il Circolo di S. Cecilia, creato da Silvio Mancini.

Tra i bar erano rinomati quello del Leccese – occupava i locali della farmacia e dell’attiguo negozio di alimentari di Iacovone – e quello di Scèppe u cafettíre (Giuseppe Barisciani), sotto il palazzo Nocelli, e più tardi quelli di De Chiara, di Pizzuto, e il Saraceno.

Queste sono soltanto alcune delle tante memorie del cuore di Lucera, che custodisce soprattutto i ricordi dei giovani, che con lo “struscio” consumavano qui il loro tempo libero conversando, scherzando o corteggiando.

a cura di Dionisio Morlacco

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