L’assenza di notizie durante le invasioni barbariche ci fa pensare che Lucera non fu particolarmente interessata da esse, epperò Pietro Giannone59 scrive che nel 475 gli Eruli di Odocacre si impadronirono di Lucera, Vieste e Siponto, ma furono poi scacciati dalle truppe di Teodorico. Sempre del tempo di Teodorico (494) sono due lettere del papa Gelasio I che riguardano Lucera. Nella prima il pontefice ordina ai vescovi Probo e Giusto di indagare intorno all’offesa fatta al presbitero Marco – “presbiter monasterii, quod in fundo Luciano noscitur constitutum”60 – recatosi da Lucera a celebrare nel monastero i misteri della liturgia pasquale, ossia la processio, che, però, da altri due presbiteri, Romolo e Ticiano, era stato scacciato, dopo aver violato il sacrarium oratorii ed affidato in custodia i ministeria (i vasi delle celebrazioni liturgiche) al laico Moderato. Nell’altra lettera Gelasio disponeva che i vescovi Rufino (di Canosa) e Aprile (di Larino) indagassero sull’abuso commesso dal vescovo di Lucera, che, non legitime, con atto illecito, e senza il debito permesso dei propri padroni, aveva ordinato diaconi Silvestro e Candido, servi della matrona Massima, e li restituissero allo stato laicale.
In seguito Lucera fu certamente interessata dalle lotte tra Totila e Belisario. E in questa alterna vicenda tra i Greci e i Goti Lucera non fu estranea alle guerresche vicissitudini. L’ottavo ed ultimo re dei Goti fu Teja (successore di Totila 552-555), il quale nel suo viaggio per raggiungere e soccorrere Cuma contro Narsete, dove erano custoditi i tesori dei re goti, non potendo passare attraverso l’Appennino, scese in Puglia e si accampò presso Lucera. Da Roma venne in Puglia Narsete per scontrarsi con Teja, ma questi, per evitare il pericolo di rimanere assediato in Lucera, se ne uscì e si portò sul fiume Fortore. La battaglia durò un’intera giornata e Teja fu sconfitto. Questo è quanto racconta Pandolfo Collennuccio, ma il suo racconto non è condiviso da altri, che ritengono il fatto d’arme avvenuto non nei pressi di Lucera, ma di Nocera. Narsete, tuttavia, fu ugualmente in Lucera, quando “la nipote Artelaide fu costretta a fuggire da Costantinopoli per conservare la sua pudicizia, e per l’Adriatico giunse a Siponto; onde venne egli ad incontrarla e presala colà seco la condusse in Lucera, ove dimorò per tre giorni”.61
Quando, infine, dal Norico e dalla Pannonia, con le loro intere famiglie e suppellettili scesero in Italia i Longobardi (568), capitanati dal re Alboino – i quali, scacciati i Goti, si impadronirono di quasi tutta la penisola -, Lucera passò sotto il duca di Benevento. E sembra che fosse tra le prime città conquistate dai Longobardi; epperò continuò a godere di liberi diritti e a disporre dei propri possessi, esclusa dalle città feudali. Per la sua posizione, che garantiva una buona difesa, fu prescelta a sede della guarnigione, perciò il duca vi risiedette alcun tempo.
Alboino a Pavia pose la sua residenza e a capo delle città pose un conte o un duca; altre città furono, invece, governate dai castaldi, che erano inferiori ai conti e ai duchi, e tuttavia alcuni castaldati (Capua, Chieti, Bari, Cosenza, Bojano), per la loro potenza e per l’estensione che abbracciava molte città e terre, erano più importanti delle stesse contee. Anche Lucera, secondo Pietro Giannone, fu governata dai castaldi e il suo era uno dei più insigni e famosi, “dappoichè dice che a Lucera erano sottoposte tutte quelle città e terre che stavano fra il Castaldato di Bari e quello di Chieti, sicchè molto grande dovette egli essere”.62 Grande il territorio, ricca e importante la città, economicamente e politicamente, scrivono Paolo Diacono e Anastasio Bibliotecario. Del resto la sua posizione strategica faceva di essa un punto chiave della linea difensiva tra il Tavoliere e il Subappennino dauno. Altro non si sa della città in quel tempo, se non che nel 663 fu distrutta dall’imperatore Costante II.
L’ultimo re dei Longobardi, Ariberto, divise il Regno d’Italia ai suoi due figli: una parte toccò al primogenito Bertarido, che pose la sua residenza a Milano, l’altra andò a Godeberto, che si stabilì a Pavia. Tra i due, però, non tardò a scoppiare la discordia, sicché Godeberto, per eliminare il fratello, chiamò in aiuto il potente duca di Benevento Grimoaldo. Questi, invece di soccorrerlo, pensò di farlo uccidere; allora Bertarido, per la paura, se ne fuggì, sicché fu facile a Grimoaldo di impossessarsi del trono d’Italia; egli scelse come suo successore il figlio Romualdo.
Intanto l’imperatore d’Oriente, Costante II, successore di Eracleone, vedendo che i Longobardi si erano alquanto estesi in Italia, a spese della presenza bizantina, pensò di venire a scacciarli; a ciò, in verità, era spinto anche dal pericolo di vita che correva in Costantinopoli, dove era molto odiato per la sua condotta assai viziosa. Nel 663 partì con molte milizie, attraversò la Grecia e sbarcò a Taranto. Avendo appreso che la maggior parte dell’esercito longobardo era in Pavia, agli ordini di Grimoaldo, decise di entrare nel Beneventano. Durante l’avanzata distrusse Ordona e Bovino, ma la prima città che gli oppose una valida resistenza fu Lucera, allora ben popolata e tra le più ragguardevoli città della Puglia. Costante le pose l’assedio, e riuscito a prenderla, per punirla della sua difesa, la saccheggiò e la rase al suolo, come raccontano Flavio Biondo, Collennuccio ed altri scrittori. “Costante fece uso di macchine nello assedio di essa, che dopo la incendiò e la spianò facendo prigionieri tutti quei cittadini che non curarono di fuggire prima dello assedio”.63
Di poi si diresse verso Acerenza, ma poiché questa città resistette, pensò di dirigersi verso Benevento, dove era rinchiuso Romualdo; seppe però che il padre Grimoaldo si era mosso da Pavia con l’esercito per venire a soccorrere il figlio, allora Costante si volse verso Roma, dove, non soddisfatto dei doni del papa Vitaliano e del bronzo trafugato dal Pantheon, commise tante atrocità, indi scese a Napoli, donde partì per la Sicilia (Siracusa), ove da taluni congiurati sicari fu ucciso in un bagno.
I molti lucerini che – col loro Vescovo e col Capitolo – erano riusciti a sfuggire all’assedio di Costante, scappando verso nord, andarono a rifugiarsi alle falde del Gargano, dove – secondo l’Anonimo – fondarono una città chiamata Lesina. Qualcuno (Russato, Bollando) sostiene, invece, che andarono solo ad incrementare la popolazione già presente.
Ristabilito il suo dominio, Romoaldo favorì la ricostruzione delle città distrutte da Costante, e così Lucera potette risorgere sulle sue rovine e riacquistare la sua perduta importanza, tanto che Liutprando le riassegnò il governatorato della provincia e vi stanziò una guarnigione nella sua Rocca. Anche il fervore religioso rinacque ad opera del vescovo Marco II, il quale, al ritorno dal Concilio indetto dal papa Zaccaria (743), edificò la chiesa di S. Pietro.
Divenuto re dei Longobardi il duca dell’Istria Desiderio, questi invase i territori dell’Esarcato di Ravenna ed occupò molte città, saccheggiandole e devastandole, per questo il Papa Adriano I chiamò contro di lui il re dei Franchi Carlo Magno, che venne in Italia con una potente armata, ed assediato Desiderio in Pavia, lo fece prigioniero e lo condusse in Francia, dove poco dopo morì; anche il figlio di Desiderio, Adelgisio, fuggito a Costantinopoli, vi moriva. Così finiva il dominio longobardo; solo continuava nel ducato di Benevento a regnare Arechi, genero di Desiderio, che dominava su tutta la Puglia e sulle terre vicine. “Egli lungi dal sottomettersi al conquistatore assunse il titolo di Principe ed usò scettro e corona; e per convalidare il suo potere accrebbe nella fortezza di Lucera il presidio, che tennero stabile i suoi antecessori”.64 Carlo Magno – che oltre al titolo di re dei Franchi prese anche quello di re dei Longobardi (774) – dalla Germania tornò in Italia, scese fino a Capua per sottomettere Arechi, obbligandolo a riconoscere sé e suo figlio Pipino come sovrani, a pagare un annuo tributo e a consegnargli in ostaggio i figli Romoaldo e Grimoaldo. Subito, però, rimandò il primo dal padre e condusse il secondo con sé in Francia. Arechi non sopravvisse a questo dispiacere. Ma Carlo rimandò poi anche Grimoaldo a Benevento, con l’obbligo di sottostare a suo figlio Pipino, re d’Italia, e di abbattere tutte le fortezze, prima fra tutte quella di Lucera. Grimoaldo III non ubbidì, sicché Pipino mosse contro di lui ed occupò Benevento, ma per una malattia scoppiata tra i suoi soldati dovette andar via, epperò mandò diverse ambascerie a Grimoaldo per indurlo all’obbedienza; quegli, invece, non cedette, ma si mostrò disposto ad affrontarlo. Allora Pipino scese nell’Abruzzo (801), prese Ortona e venne in Puglia ad assediare Lucera, e, costrettala ad arrendersi, vi pose una guarnigione francese al comando di Guinigisio, duca di Spoleto. Giunto l’inverno, Pipino pensò rimandare le truppe a svernare, del che approfittò Grimoaldo, che venne a porre l’assedio a Lucera e se ne impadronì (802). Durante l’assedio Guinigisio fu colpito da grave infermità, ma Grimoaldo lo trattò onorevolmente e poi lo mandò libero.
Nei successivi fatti d’arme ancora la fortezza di Lucera resistette validamente ai Franchi, mostrandosi ostacolo quasi insuperabile.
Nell’anno 806 il prode Grimoaldo III venne a mancare. Egli, principe dotato di rara accortezza e di senno – che aveva saputo resistere ai Franchi, per conservare sovranità e indipendenza al suo ducato, nel quale, al pari del Pontefice e di Carlo Magno, batteva monete di rame e di bronzo, di oro e di argento -, fu unanimemente compianto dai suoi popoli. Gli successe un altro Grimoaldo, già suo tesoriere.Carlo Magno, avendo perduto i suoi primi due figli, ad Aquisgrana proclamò suo successore il figlio Ludovico, e assegnò l’Italia a Bernardo, figlio di Pipino.
Ludovico, detto il Pio, vedovo di Ermengarda, sposò Giuditta, figlia di Welfo, duca di Baviera. Egli divise l’impero ai tre figli Lotario, Luigi e Carlo, ma tra essi e il loro nipote Pipino II scoppiò la discordia.
Intanto anche nel ducato longobardo di Benevento era scoppiata la lotta tra Siconolfo, che dominava in Salerno, e Rodelgisio, principe di Benevento. Il primo s’impadronì della Calabria e di gran parte della Puglia-Daunia; tra le molte città assoggettate vi era anche Lucera, in cui egli lasciò una poderosa guarnigione, prima di dirigersi verso Benevento. Contro di lui Rodelgisio si rivolse ai Saraceni di Sicilia, i quali entrarono nella Calabria, presero Taranto e produssero guasti a molte città della Puglia, compresa Lucera, che “quantunque loro oppose forte resistenza, pure soggiacque a tanta disavventura”.65
In seguito al trattato di Verdun l’Italia rimase a Lotario; questi, dovendosi recare in Francia, lasciò come re dell’Italia il figlio Ludovico II, che cercò in ogni modo di scacciare i Saraceni dall’Italia meridionale, infatti si prodigò nella risoluzione della lotta tra Siconolfo e Rodelgisio, ai quali divise il ducato di Benevento. Epperò la lotta tra i due non cessò e questo continuò a favorire le scorrerie dei Saraceni che dominavano in Bari. Le popolazioni ridotte allo stremo dai saccheggi e dalle molte crudeltà arabe si rivolsero a Ludovico, chiedendogli di correre in loro aiuto. Allora Ludovico con un editto rigoroso intimò a tutti i popoli di partecipare alla spedizione militare e di riunirsi in Lucera. I Conti, i Castaldi e gli Abati che non avrebbero mandato i loro vassalli perdevano la loro dignità, i feudi e gli allodiali. Ludovico II venne nel ducato di Benevento e si diresse verso Lucera, dove allestì l’armata e nella primavera seguente mosse contro i Saraceni con l’intento di assediare Bari. “L’esercito imperiale venne ad una giornata campale col Sultano di quei barbari; ma restò disfatto e perì in quel conflitto non poco numero di guerrieri cristiani”.66 Ma il valoroso Ludovico non smise di incoraggiare i suoi sicché incoraggiate dal suo esempio le truppe s’avanzarono intrepide e dopo una fiera e sanguinosa battaglia riportarono la vittoria. Ludovico cinse di assedio Bari, poi bloccò Matera e la ridusse in cenere; stabilì una guarnigione in Venosa e una in Canosa e dopo quattro anni prese Bari, dove inalberò la bandiera del trionfo. Ludovico, che “aveva combattuto per la sublime causa della sacrosanta Religione e della umanità, e per l’abbattimento dell’efferata barbarie… tornò trionfante in Benevento tra le acclamazioni di tutti i cittadini”.67
Il principe Adelgiso, forte di un numeroso presidio militare posto nella fortezza di Lucera, dominava su tutta la Puglia. Avendo appreso che Ludovico II da Capua si accingeva a muovergli contro, invitò l’imperatore Basilio ad accorrere in suo aiuto, promettendogli lauto tributo. Basilio inviò un poderoso esercito al comando di Procopio e Leone. Quando la flotta, sbarcò ad Otranto, Ludovico pensò di togliere l’assedio a Benevento e si rinchiuse in Capua.
Intanto i saraceni, dopo essere stati sconfitti da Ludovico, si erano riorganizzati in Africa, donde, forti di 30 mila uomini, sbarcarono a Salerno e occuparono la Calabria. Adelgiso tentò più volte di sopraffarli, ma non ci riuscì e, poiché quelli da Taranto, dove si erano stabiliti, andavano compiendo assalti e distruzioni, giungendo fino a Benevento, Telese e Alife, pensò di liberare il loro sultano, che era stato fatto prigioniero a Bari. Anche i baresi, vedendo rinnovato il pericolo dei saraceni, chiamarono da Otranto il comandante dei Greci, Gregorio, il quale accorse presto ed occupò Bari. Di poi Leone VI inviò il generale Simpaticio contro Benevento: questi assediò e prese la città, e quindi anche Lucera cadde in mano ai Greci, ma continuò ad essere governata da quattro castaldi, nominati e inviati dal Catapano, ossia dall’ufficiale che gli imperatori investivano del potere di governare la provincia. Il primo catapano fu Gregorio, detto Trachamoto (999), il secondo fu Basilio Boiano (1018), uomo molto attivo, che fece edificare Fiorentino, Civitate e Dragonara e ricostruire Troia. Nella sua attività acquisì tali benemerenze che da lui la provincia cominciò a denominarsi Capitanata o Catapanata.
Ora avvenne che i beneventani, che malsopportavano il duro governo di Giorgio, successore di Simpaticio, si rivolsero a Guaimaro I, principe di Salerno, il quale assediò e prese Benevento, ove dopo quattro anni cessò il dominio dei Greci, che, continuarono però a dominare in altre contrade e città, tra cui Lucera.
Intanto la vedova dell’imperatore Guido, l’augusta Ageltrude, dalla Germania scese in Italia con l’esercitò per restituire al fratello Adelchi, ovvero Radelgiso II, il principato beneventano; ma Radelgiso si dimostrò così dispotico che gli abitanti si rivolsero al conte di Capua Atenolfo, che lo spodestò; contemporaneamente andava crescendo il pericolo dei saraceni, che, stabilitisi lungo il Garigliano, facevano tali e tante scorrerie che Atenolfo, per liberarsi di loro, inviò il figlio Landolfo a chiedere l’intervento dell’imperatore d’Oriente Leone il Saggio. Con l’aiuto dei Greci Landolfo ebbe ragione dei saraceni e s’impossessò di Capua e del principato di Benevento.
Questa situazione venne a favorire anche i Greci di Bari, i quali estero la loro influenza e si diedero a fortificare numerose città, prima fra tutte Lucera.
Ancora una venuta dalla Germania fu compiuta ad opera dell’imperatore Ottone I il Grande contro Berengario; egli fu ricevuto dal papa e alcuni anni dopo scese nelle apule contrade, cinse d’assedio Lucera, che però resistette con la sua guarnigione greca.
A governare l’Apulia gli imperatori bizantini mandavano i loro magistrati, detti Catapani dal greco, che significa “sopra tutto”, perché erano investiti di pieni poteri. Il Catapano – che secondo Colasanto, tenne per alcun tempo la residenza in Lucera, quale città principale della Daunia -, nominava i magistrati che governavano la città, ossia i quattro castaldi.68 Essi amministravano gli affari pubblici, tenevano la giurisdizione civile e criminale ed erano insigniti dell’autorità militare.
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59. PIETRO GIANNONE, Istoria civile del Regno di Napoli, 1753, tomo I, pp. 175-176. (cfr. Vittorio Russi, p. 11).
60. “Il monasterium lucerino, dunque, sito in un meglio identificato fundus lucianus che doveva trovarsi nelle immediate vicinanze della città” (G. OTRANTO, Due epistole ecc.).
61. G. d’AMELY, op. cit., p. 136.
62. Ibidem, p. 139.
63. Ibidem, p. 162.
64. B. COLASANTO, op. cit. p. 107.
65. Ibidem, p. 116.
66. Ibidem, p. 120.
67. Ibidem, p. 121.
68. Il termine castaldo, di origine longobarda (gastald), “significava seniore degli ospiti, amministratore de’ beni e maggiordomo de’ re e duchi de’ Longobardi” (B. COLASANTO, op. cit. p. 133).
a cura di Dionisio Morlacco



















