Riceviamo e pubblichiamo:
Gentile Redazione di Lucerabynight
mi chiamo Lucia Ricci e sono una ragazza come tante altre. Lavoro ogni giorno, dalla mattina alla sera, cercando di costruire con impegno e dignità il mio futuro.
Negli ultimi mesi avevo deciso di mettermi in gioco, di partecipare attivamente alla vita della mia comunità candidandomi. Sembrava andare tutto bene, finché non mi è stato comunicato che non potevo proseguire. Il motivo? Il mio cognome.
Scrivere queste parole mi pesa profondamente. È difficile accettare che, nel 2026, una persona possa essere giudicata non per ciò che è, ma per ciò che porta scritto su un documento. La mia fedina penale è pulita. Ho sempre cercato di comportarmi in modo corretto, rispettando le regole e lavorando onestamente.
Sì, la mia famiglia in passato ha avuto problemi con la giustizia. Ma ha pagato per i propri errori. E io? Perché devo portarne il peso? Perché devo sentirmi dire, in modo implicito ma chiarissimo, che non sono “adatta” a causa di qualcosa che non ho scelto e che non mi rappresenta?
Mi chiedo cosa abbia io in meno rispetto ad altre persone. La voglia di impegnarmi non mi manca. Il rispetto per le istituzioni neanche. E nemmeno la volontà di dare un contributo positivo.
Quello che manca, forse, è uno sguardo libero dai pregiudizi.
Questa non è solo la mia storia. È la storia di chiunque venga giudicato per il proprio cognome, per le proprie origini, per qualcosa che non definisce il valore di una persona.
Spero che questa mia voce possa essere ascoltata. Non per ottenere qualcosa, ma per ricordare che la dignità e le opportunità dovrebbero appartenere a tutti, senza eccezioni.
Con rispetto,
Lucia Ricci
(L’immagine a corredo dell’articolo è stata realizzata tramite strumenti di intelligenza artificiale).



















