l Camposanto – 2°
Aperto a un futuro più prodigo di cure e di abbellimenti, il sacro luogo fu nuovamente ampliato nel 1885. Accanto alle umili croci delle fosse sorsero nuove monumentali tombe, erette dalle arciconfraternite e dai privati, mentre il viale centrale, col suo filare di cipressi e con l’Editto Costantiniano al centro, acquistava un aspetto insieme ameno e severo. A questo stesso periodo sono da assegnare probabilmente anche il primo muro di cinta e il classicheggiante portale d’ingresso a colonne, che reca nell’architrave l’epigrafe EXPECTO DONEC VENIAT IMMUTATIO MEA (Aspetto che giunga il mio cambiamento, cioè la risurrezione), tratta dal Libro di Giobbe (cap. XIV).8
Il forestiero, che trovandosi a Lucera visitava il cimitero, così scriveva nel 1895: “Il suo camposanto è uno dei più ricchi di monumenti fra quelli dei piccoli luoghi. Belle tombe ed eleganti tumuli snelli spiccano in mezzo al terreno destinato al seppellimento di quei che non hanno tombe speciali di famiglia. Questo cimitero attesta con la sua ricchezza ed eleganza, benché in piccolo, l’agiatezza dei lucerini e la loro pietà pei defunti”.9
Qualche anno dopo (dicembre 1897) il consiglio comunale dovette occuparsi della riparazione e del completamento del muro di cinta, disponendo che i lavori relativi fossero appaltati con asta pubblica a termini abbreviati. Nel mese successivo, infatti, in seguito a pubblico incanto (17 gennaio) l’appalto dei lavori di restauro del muro di cinta veniva aggiudicato a Nicola Caracciolo, col ribasso dell’1%, cioè al prezzo netto di L.1841,45. Il giorno dopo veniva presentata offerta con maggiore ribasso. Ma il giorno 29, in sede di ultima asta, l’appalto restava definitivamente assegnato al Caracciolo, quale consigliere e rappresentante della Società Operaia, per L.1740,65.
Da luogo quasi agreste e dimesso, quale era prima, il camposanto divenne un sito ordinato e verdeggiante, con viali e tombe ombreggiate da filari di alberi. Esso apparve “vero giardino pubblico” al medico provinciale Michele Centonza, nel corso di un’ispezione sanitaria (1899). Ciò naturalmente contribuì a rafforzare il ricordo dei morti, e i vivi, a piedi o in carrozza, affollavano il cimitero nell’annuale ricorrenza, allorché, pullulante di lumi, il pio luogo si adornava di monumenti di fiori, ideati e composti dai giardinieri, sotto la direzione di veri e propri artisti, tra cui il pittore Giovanni Pitta. “Nella cappella maggiore è stata celebrata la messa di requie, con musica diretta dal maestro Napoli ed eseguita bene dalla filarmonica e dagli allievi della scuola di canto corale. Lesse la commemorazione il rev. mansionario sac. Antonio Conte. Vi fu quindi la processione per la benedizione delle tombe, accompagnata dal concerto municipale, che suonava una marcia funebre” (1898).
Non sempre, però, le iniziative volte a rendere più vago e ordinato il cimitero erano accompagnate dal comportamento corretto del pubblico (“la pace dei morti è ognora turbata da gente che, con la scusa di suffragare con le preghiere le anime dei trapassati, ha trasformato il cimitero in un luogo di ritrovo di beghine”) e dall’attento, responsabile servizio degli addetti (custode e giardinieri), per cui, per l’incuria, “la casa dei morti” non potè evitare periodi di deplorevoli condizioni, come avvenne nel 1906, allorché si denunciò anche la sparizione del cadavere di un figliuolo del caffettiere Vincenzo Palmieri, cioè del suo smarrimento per errore, come si giustificò il custode del tempo Federico de Vivo.10
Nel 1908 l’estensione del cimitero ascese a 2,5358 ha.
Santo, dunque, è il nome che distingue il colle del Camposanto lucerino: santo perché nei lontani tempi storici nell’ampia area prospiciente si ergevano i templi delle divinità romane (Minerva, Cerere, Apollo, Diana, ecc.); santo per l’esistenza sul suo declivio di una necropoli dell’età imperiale romana, scoperta nell’estate del 1920, in seguito ai lavori di sterro per l’escavazione di nuove sepolture. In quell’occasione, alla profondità di circa un metro, affiorarono alcune tombe ad inumazione e a cremazione, disposte da nord a sud, ricoperte da tegoloni, da frammenti di intonaco e da cocci di rozze stoviglie. In esse si rinvennero lucerne, unguentari, aghi di avorio, rottami di vascolaria primitiva, un frammento di mosaico, una bottiglietta di vetro e un pregevole amuleto in avorio di forma ricurva, appartenuto forse a un puer ingenuus. Interessante per la datazione delle tombe fu il rinvenimento di due monete di bronzo, assai corrose, dell’epoca romana, e riferibili una ad un asse onciale e l’altra ad un medio bronzo di Antonino Pio.
La scoperta, ritenuta di grande interesse, fece accorrere (dicembre 1921) Quintino Quagliati, soprintendente ai monumenti di Puglia e Basilicata, che esaminò le tombe e il materiale rinvenuto, e si prodigò per la continuazione degli scavi, che furono ripresi nella primavera successiva, alla sua presenza e sotto la sorveglianza di Giovanni Villani, impiegato del Museo di Taranto. A conclusione degli scavi risultarono scoperte 16 tombe di pietre e di mattoni, quasi tutte coperte da tegoloni, poche rivestite di intonaco. Furono recuperati ancora: una statuetta di terracotta, un vaso monoansato per mescere, dei contrappesi di terracotta rettangolari e a palmetta, fibule di bronzo, scheletri umani scomposti e una lastra di marmo rettangolare con l’iscrizione funeraria,11 che fu subito dichiarata eccezionale, per il singolare accenno alla pena applicabile a chi rimuoveva la lapide del sepolcro.
Accanto ad uno scheletro, in un piccolo recipiente fittile, fu trovato anche un ripostiglio di monete romane dei primi secoli imperiali, emesse in un periodo di circa 150 anni. I dinari, di vario tipo, erano stati interrati tra il 209 e il 212 a. C. e subito apparvero veri fiori di conio: nuovissimi quelli del II e III sec., corrosi, forse per lungo uso, quelli del I sec. Se ne contarono ben 319 pezzi, che furono studiati e catalogati da Alfonso De Troia.12
Queste scoperte contribuirono certamente alla notorietà del cimitero, epperò alla Commissione di vigilanza sui giardini e sul cimitero non mancarono le proteste e le segnalazioni sulle manchevolezze che si andavano rilevando. Nel 1925, ad esempio, fu segnalato il pessimo stato dell’iscrizione sul pronao e la necessità di ripiantare gli alberi lungo la via, alberi che erano già stati messi e poi distrutti.
Caduta inascoltata la proposta di creare anche a Lucera un “Parco della rimembranza” (sul Piano dei Puledri), per commemorare degnamente la fiorente gioventù lucerina immolatasi sui campi dell’onore nella grande guerra, il can. prof. Nicola Benincasa segnalò (1928) l’angustia e la miseria della Cappella comunale, per niente rispondente alla bellezza e all’ampiezza del cimitero. Il suo rilievo era accompagnato dall’esortazione, rivolta al Podestà, di provvedere a trasformare la suddetta cappella in una chiesetta, “capace di contenere un buon numero di fedeli, dove non si stia, come ora, stivati, dove ognuno possa, e non a disagio, partecipare alle sacre funzioni”. Quella cappella oggi è comunemente detta Cappellone.
Nel 1929 una lettera inviata al Foglietto (n.16) denunciava “due sconci al cimitero”: “Da tempo immemorabile, se non addirittura dalla stessa epoca della sua costruzione (1820) una strada, attraverso la cosiddetta Via di Bastante, congiunge il pio luogo con la parte nord-occidentale dell’abitato, riuscendo assai comoda ed agevole. E’ piaciuto a un proprietario là vicino di rompere con l’aratro buon tratto di tale strada, chiudendola con siepe viva, senza che da parte di chicchessia si sia pensato di tutelare i diritti dell’intera città. A pochi passi poi dal pronao d’ingresso lo stesso ha formato un deposito di letame e materie fecali che ammorba l’atmosfera costringendo i visitatori a scappare a gambe levate”.
Purtroppo anche dopo, sia pure in modo diverso, il bel cimitero di Lucera ha continuato ad essere minacciato, allorché per il ritardo dell’ampliamento, è andato sempre più perdendo il suo vago e verdeggiante aspetto, per la proliferazione delle piccole tombe private e per l’innalzamento di enormi edifici sepolcrali, più simili a palazzi per civili abitazioni, innalzati senza alcun gusto, che conferiscono al luogo un aspetto sempre più urbano. A seguito di tanto si è abbattuto l’arco d’ingresso laterale, secondario (u cangille ‘i murte accise, da cui si facevano entrare i morti per cause violente). All’esterno del cimitero, inoltre, l’irrefrenabile espansione edilizia ha assottigliato lo spazio tra la dilagante periferia e il luogo sacro, riducendolo a una esigua intercapedine, che, comunque, va conservata e tutelata per il rispetto dei morti, che dormono la pace eterna nei verdeggianti ordinati viali dotati in ultimo di significative denominazioni.
Leggi anche Fatti e luoghi di Lucera a cura di Dionisio Morlacco – Il Camposanto – 1°
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8. L’epigrafe si ritrovava già incisa su una lastra tombale esistente dietro l’altare maggiore della chiesa del Carmine, secondo quanto annotò Alfonso De Troia.
9. Da “Le Cento Città d’Italia”, suppl. ill. mensile al n. 10715 del giornale “Il Secolo” (1895).
10. Tra i successivi custodi si ricordano Giuseppe Santillo, Gaetano De Palma, Andrea Ciavotta, Michele Centra.
11. Il testo è: D. M. – AUR CUPITO CEN LEG VI VICTR – AUR URSULA CONIUX CUM – QUO VIX BENE M F SIQUIS EUM – TITULUM EMOVERIT DAVIT FISCO – SESTERTIA – L M N B M F, ossia “Agli Dei Mani, ad Aurelio Cupito, centurione della VI Legione Vincitrice, Aurelia Ursula moglie, col quale visse, fece con benemerenza. Se qualcuno da questo luogo rimuoverà questo marmo, darà al fisco 50 mila sesterzi. Con benemerenza fece”.
12. Cfr. Il Foglietto, n. 15 del 1921.



















