Profili biografici a cura di Dionisio Morlacco
Vincenzo VECCHIARINO
Nasce a Lucera il 24 febbraio 1952 da Gennaro e da Maria Anna Fanelli. Il padre, come Presidente della Pro-Loco e, per alcuni anni, Assessore comunale è cittadino benemerito per il suo notevole impegno nella promozione culturale e turistica della città.
Assecondato dai genitori nella sua propensione, sin dai banchi della scuola elementare, il piccolo Enzo comincia a sorprendere dando prova della sua spontanea attitudine alla espressione grafica e figurativa, tanto da distinguersi subito per le sue doti pittoriche in concorsi scolastici e in componimenti di ricerche. Da autodidatta, infatti, con la sua penna a sfera ‘Bic’ comincia a dar forma al suo estro, “lasciando spesso esterefatti gli spettatori, specialmente attraverso le opere realizzate – appunto – con la penna a biro”: “l’autore impressiona per l’uso continuo della sfera, che unisce più punti, per fermarsi solo all’ultimo della creazione”.1
Iscrittosi all’Istituto d’Arte di Foggia, dopo qualche anno interrompe la frequenza per assolvere il servizio militare, poi si porta a Firenze dove continua gli studi all’Accademia delle Belle Arti, indi si trasferisce a Milano dove collabora con diverse case editrici, tra cui la Rizzoli, per la quale realizza (1979) dodici tavole illustrate per la rubrica dell’Oroscopo del Magazine di PLAYBOY, pubblicate nei numeri di gennaio e febbraio 1980. Tra il 1982 e il 1983 torna a Firenze e decide di restarvi aprendo il suo studio – in via Romana, 8/r -, e dalla culla del Rinascimento non va più via, ma vi crea la sua famiglia con la moglie Maria Antonietta Colagrossi, insegnante di Volturara, conosciuta a diciotto anni: “Io avevo 17 anni, lui mi colpì con l’invito a riparare le mie mani dal freddo nelle tasche del suo cappotto. Da allora sono rimasta attratta da un uomo meticoloso e spirituale”, così la moglie ricorderà il loro primo incontro.
Artista di grandissima levatura che “produce opere che attraversano più stili: dall’astrattismo all’umanesimo, dallo spirituale al surrealismo”, di lui “resta una visione immaginifica del mondo, di cui si svela il buio e la luce”.2 Austero, perfezionista, maniacale, è molto geloso delle sue opere, tanto da rifiutare spesso la loro vendita. “Migliaia di disegni, principalmente astratti, indagano le forme e le dinamiche già presenti nei suoi dipinti a olio. I disegni hanno però una funzione privilegiata poiché registrano il momento in cui l’artista traduce il suo pensiero contemplativo sull’infinito in un’esperienza fisica, in un rapporto tangibile con l’incalcolabile”.3 “Con tatto e discrezione, scava nel profondo dell’uomo, nell’intento di riportare alla luce inquietudini e aspirazioni, visioni e frammenti di memoria, timori e possibilità di trionfo. E lo fa con naturalezza, senza forzature né ubbidienza alle mode, poiché la dimensione umana del pittore batte all’unisono con le sue proiezioni artistiche, con la sua ricerca formale”.4
L’elenco delle sue esposizioni personali si presenta abbastanza nutrito: la prima mostra avviene (23.9.1970) nei locali della cartoleria di Costantino Catapano dove espone una settantina di opere; l’anno dopo (dall’1 all’8 maggio 1971) partecipa a Foggia alla 2a Rassegna Nazionale d’Arte Contemporanea meritando il 3° Premio ex-aequo (numerosi erano i partecipanti); due anni dopo (12.8.1973) con trenta opere è al Museo Civico “G. Fiorelli” di Lucera, dove il prof. Leonardo De Luca, Direttore del Museo, presenta le sue opere: “Nessun’ombra di accademismo incrina le opere, ricche di spontaneità, scevre di elaborazioni formali, di blande ricercatezze”, “Il colore in particolare, a volte squillante e a volte sommesso, sembra conferire un senso eroico alla scena, o commenta, col brunire delle tinte, la pensosità di un volto, l’indefinibile dolcezza di uno sguardo, la vaga sensualità di un sorriso”; nel 1974 (dal 12 al 25 ottobre) espone al Centro Culturale d’arte “Il Sottano” di Trani con venti opere e nel 1976 (dal 16 al 30 ottobre) è al Circolo Unione di Lucera dove a presentare la sua mostra è il prof. Piero Bargellini, che si sofferma “su due componenti essenziali della pittura di Vecchiarino: la grafica e il colorismo, sottolineando la suggestività e l’efficacia che ne derivano”, ancora al Circolo Unione (5.9.1980) viene allestita una mostra su “Monumenti e visioni di Lucera” che si rivela come una singolare e ammirata passerella dei monumenti e degli angoli più suggestivi della città, realizzata su quadri in argento. L’ultima esposizione (1-22 febbraio 1987) avviene a Roma nel salone “G. Cesare” del Palazzo Barberini5 nel corso della quale, ancora una volta e a scapito della sua fortuna economica, rifiuta la vendita del suo autentico capolavoro l’Ultima Cena – “vivacemente colorata ed estremamente curata nei dettagli” -, richiesta da un magnate arabo, poiché l’artista ha intenzione, invece, di donarla al Vaticano. Questa significativa mostra, curata da Vincenzo Posa – che del Vecchiarino dirà poi: “E’ stato per me un onore essergli stato amico… conservo un gran ricordo della sua persona e delle sue opere di cui ne posseggo alcune bellissime” -, è presentata dal magistrato lucerino Vittorio La Cava: il quale, oltre a riconoscere all’artista la capacità, l’abilità di esprimere con l’immagine quanto con la parola non riuscirebbe ad esprimere, si sofferma ad analizzare quell’autentico capolavoro dell’Ultima Cena: “lo studio dei volti, l’incrociarsi degli sguardi, il concerto ora nervoso ora amoroso delle voci, che rivelano per segni liberi ma non certo infedeli l’incombere del dramma: quegli sguardi sono rincorsi e frugati dal pittore fino allo spasimo, fin nella più sfuggente delle sfumature”. “E finalmente, su tutto e tutti, lo sguardo del Cristo, asse portante della costruzione, non abbandonato nella dolcezza dell’ultimo incontro, né smarrito nella desolazione dell’atteso e solitario martirio; ma sguardo fortemente umanizzato, pieno di corruccio, scrutatore, quasi irrigidito nell’incredulità di fronte al tradimento di un amore che, perciò, pare quasi messo in fuga dalla paura”.
E “dopo questo importante evento sia culturale che commerciale, Vecchiarino si chiude nel suo lavoro, restio ad ogni contatto con il mondo dell’arte”, perché egli “non l’ha mai cercato, il successo, e non ama vendersi – o meglio – svendersi, per perseguirlo”, rifiutando non poche numerose proposte.
A due anni dalla sua prematura scomparsa l’Ultima Cena torna in esposizione al Museo Diocesano nel Palazzo Vescovile di Lucera (12.5.2021), dove a presentare e commentare l’opera questa volta è il fratello dell’artista, architetto Antonio Vecchiarino; l’anno dopo ancora una mostra, denominata “Canto muliebre” – “perché presenta donne in varie forme, attività e momenti, infatti si va dallo stile figurativo ad una sorta di pop-art per esprimere l’attenzione alla figura femminile”6 – viene organizzata (dal 7 al 21 agosto), col patrocinio del Comune di Lucera, a Palazzo D’Auria Secondo nella sua città natale – in quella “città d’arte” che generava in lui un rapporto conflittuale -, e tre anni dopo la sua morte, ancora una retrospettiva (29 settembre-15 novembre 2022), titolata Visibilium omnium et invisibilium-Di tutte le cose visibili e invisibili, curata dallo storico d’arte e gallerista Yan Blusseau, viene allestita a Firenze nelle sale della B.east Gallery “per valorizzare la profonda e meticolosa ricerca, ispirata non da grandi artisti ma dalla filosofia, dalla storia e dall’essere umano” (Asia Neri). “Alla base delle riflessioni e della produzione del Vecchiarino vi è l’idea di un disagio esistenziale, di una primordiale sofferenza: l’assurda condizione dell’Uomo, tanto piccolo in una realtà così immensa, per l’appunto mortale in un universo eterno… Vincenzo, per risolvere la coscienza della nostra propria caducità e il bisogno di comprendere l’universo considera che siamo obbligati nel disperato tentativo di sottrarci al dolore e alla morte, ad avere un prolungato contatto con l’infinito”. “Ed è proprio nel suo privilegiato labore, quando spinge la sfera su quella carta, che Vecchiarino si estrae dalla propria finitudine per accedere all’infinito” (Yan Blusseau). E’ lo stesso artista a dichiarare: “La penna a sfera ha percorso distanze incalcolabili su un piano che giace a contatto con l’infinito. La sfera che ruota su un piano lo tocca con un punto e per decine d’anni ha rappresentato il mio contatto con l’infinito. In quell’unico punto giaceva scorrendo il mio io”. Coi suoi canoni rigidi e intransigenti, “disegna con sincerità e ossessione, producendo un numero vertiginoso di opere delle quali non riesce a liberarsi. Tra lo studio e la casa, colleziona migliaia di disegni e questa ‘pratica dell’accumulo’ rispecchia un tratto caratteristico della sua poetica. Densità, pienezza, stratificazione. I suoi quadri sono affollati di forme vorticose dalle quali affiorano figure umane e talvolta animali: in Madonna Lactans Rossa, volti femminili si fondono e confondono nella moltitudine, emergendo dalla materia magmatica con estrema tenerezza. Anche gli astratti realizzati con la sua fedelissima penna Bic raccontano questa religiosa dedizione per il dettaglio e restituiscono il senso di totale investimento dell’artista nel momento della produzione. E’ con la penna sfera, infatti, che Vincenzo Vecchiarino manifesta la sua tensione tra le cose visibili e invisibili, tra il finito e l’infinito, tra il singolo punto e il flusso d’insieme perché ‘in quell’unico punto – confessa l’artista nei suoi taccuini – giaceva scorrendo il mio io’” (Asia Neri). Durante quella significativa esposizione il curatore, come ulteriore espediente narrativo, ricorre anche al mezzo cinematografico: con la collaborazione del regista Bartolomeo Pampaloni e dello scrittore Simone Lisi realizza, infatti, un documentario sulla vita di Vincenzo Vecchiarino raccontata attraverso gli occhi e le voci delle figure a lui più care, la moglie Antonietta e la figlia Lucilla.
Quello di Vecchiarino “ulisside” è, dunque, “un viaggio nel sublime e negli inferi di un pittore schivo di mode ed appartato, consapevole dei rischi e della solitudine; un mondo poetico (pur venato di illuminismo) che si alimenta non di significati ma del significante, sia per dilatazione cosmica della natura e degli accadimenti, rivisitati dalla memoria-intuizione, che per essenzializzazione della piccola come della grande storia. L’idea sottesa dell’artista è la ricerca della verità, diffusa e nascosta dentro la natura; il bisogno, quello di operare una lettura profonda del reale, mondo-uomo-eventi, attraverso lo scavo della contemplazione attiva”.7 E ancora “Dietro e dentro la pittura dell’artista pugliese sta un’idea, un bisogno che si fa sentimento, un sentimento che diviene pensiero… L’idea sottesa è la ricerca della verità”.
A Firenze il 9 luglio 2019 Vincenzo Vecchiarino si spegne.
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1. Alessandro Salvatore, La “sua” Lucera, perde Vecchiarino l’artista delle visioni, in “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 17.7. 2019.
2. Ibidem.
3. Yan Blusseau, Vecchiarino e la penna a sfera di Sisifo, 3.10.2022.
4. Michele Urrasio, Le visioni di Vincenzo Vecchiarino, in “Opinioni Libere”.
5. La mostra è organizzata dalla Femiglia Dauna di Roma e patrocinata dal Comune di Roma e dall’Amministrazione Provinciale di Foggia.
6. Greta Notarangelo,Il canto muliebre di Vincenzo Vecchiarino, in “Il Frizzo”, 31.1.2022.
7. Paolo Emilio Trastulli, La pittura di Vincenzo Vecchiarino, in “Il Centro”, 28.2.1987, e poi in Lucera luogo dell’anima, Catapano Grafiche, Lucera 2019.



















