di Dionisio Morlacco
Molte credenze popolari sono scomparse per il declino della civiltà contadina, tre esse quella che, ispirandosi al più remoto culto dei morti, riteneva che le anime dei defunti si aggirassero intorno alle case o vi dimorassero in esse.
Tale credenza, risalendo “per li rami”, poteva ricollegarsi addirittura alle classiche divinità domestiche – i “lari” romani -, con la differenza che gli spiritelli a noi più vicini nel tempo e viventi a fianco dell’uomo, erano descritti dalla tradizione popolare come “folletti” benevoli, o maligni, di forme fantastiche, talora paurose, dotati di attributi soprannaturali; esseri incorporei, di natura aerea, alti poco più di un pollice, ma forniti di una mobilità irrequieta e capricciosa, ond’erano considerati guizzanti come la fiamma.
Piccoli ed astuti esseri fiabeschi, magicamente operanti, ora a vantaggio dell’uomo, e perciò giocondi e portatori di liete novelle, ora a suo danno, e perciò dispettosi, burloni e spesso vendicativi, come autentici spiriti del male. Vestiti con abiti colorati, per lo più rossi o scarlatti, e col capo coperto da un tipico berrettino, a forma di zucchetto, essi popolavano la fantasia delle genti, presso le quali figuravano con nomi diversi: Salvanello nel Veneto, Mazzard’ nella Venezia Giulia, Linchetto in Toscana, Mazapegolo in Romagna, Mazzabudello nel Lazio, Mazzamarell’ in Abruzzo, Munaciello in Campania, Monachicchio in Basilicata, Monicadidd’ in Puglia, Monachiello in Calabria, Farfareddu in Sicilia, Pundacciu in Sardegna, ed operavano nelle diverse zone in maniera non sempre uniforme: si diceva, infatti, che spostavano i mobili in casa, suonavano i campanelli, riempivano le pentole di sassi, si trasformavano in fazzoletti o in pettini per restare addosso alle donne, solleticavano i piedi dei dormienti, nascondevano gli oggetti nei posti più impensati, toglievano di sotto alle persone le sedie per farle capitombolare. Se poi dimoravano nelle stalle, facevano dispetti alle bestie, alle quali toglievano la biada o intrecciavano i crini della coda e della criniera, quali oscuri messaggi per i padroni.
Di questi e di altri episodi è ben ricca al letteratura folklorica, ed echi se ne trovano in quella per l’infanzia, dei vari paesi – dal Nordeuropa al Medio e all’Estremo Oriente -, ciò che documenta sia la varietà di codesti “genietti” o “spiritelli”, che le emozioni delle persone, che costituivano i soggetti passivi delle loro diavolerie. Per questo i folletti non hanno interessato solo la fantasia popolare, ma hanno destato l’attenzione di teologi e di studiosi di demonologia.
Nella tradizione popolare medievale le generazioni sulla via del tramonto narrano ancora di un personaggio mitologico, che immaginavano, o credevano di ritrovare, in molte realtà sociali, soprattutto in Basilicata e in Puglia, ove gli era attribuito un ruolo importante nella vita familiare dei contadini. Si trattava di un folletto irrequieto, burlone e mattacchione, dalle goffe fattezze di un nano, per lo più simpatico, col capo coperto da uno zucchetto, col vestito e le calze di colore rosso scarlatto e ai piedi zoccoli pesanti e rumorosi.
Irresponsabile ed impulsivo, il folletto soffriva spesso di simpatia, per cui a chi non gli andava a genio riservava i suoi scherzi e i suoi riti mancini, mentre a chi gli era simpatico prodigava cortesie e tesori di monete d’oro, in cambio del segreto, tradito il quale, i doni si tramutavano in cocci. Un impenitente birbone, dunque, per liberarsi del quale si consigliava di far benedire la casa. Il momento propizio per afferrarlo era la notte del due novembre, allorché, temendo le anime dei morti, egli tremava, piangeva e correva a nascondersi. Solo allora chi riusciva ad afferrarlo poteva chiedergli dei favori ed essere esaudito.
Diverse, come i suoi nomi, sono le ipotesi della sua origine. Per gli abitanti della Basilicata, ad esempio, i Monachicchi altri non erano che le anime dei bambini morti senza battesimo. Carlo Levi, nel suo Cristo si è fermato ad Eboli ce ne dà una dettagliata descrizione: “esseri piccolissimi, allegri, aerei: corono felici qua e là, e il loro maggior piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti… Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l’aspetto di un gioco, e, per quanto fastidiosi, non ne nasce mai nulla di grave. Il loro carattere è una saltellante e giocosa bizzarria, e sono quasi inafferrabili. Portano in capo un cappuccio rosso, più grande di loro, e guai se lo perdono: tutta la loro allegria sparisce ed essi non cessano di piangere e di desolarsi finché non l’abbiano ritrovato. Il solo modo di difendersi dai loro scherzi è appunto di cercare di afferrarli per il cappuccio: se tu riesci a prenderglielo, il povero monachicchio scappucciato ti si butterà ai piedi, in lacrime, scongiurandoti di restituirglielo… Per riavere il suo cappuccio rosso… il monachicchio ti prometterà di svelarti il nascondiglio di un tesoro. Ma tu non devi accontentarlo fino a che non ti abbia accompagnato: finchè il cappuccio è nelle tue mani, il monachicchio ti servirà, ma appena riavrà il suo prezioso copricapo, fuggirà con un gran balzo, facendo sberleffi e folli salti di gioia, e non manterrà la sua promessa”.
Ben altre credenze e supereroi televisivi occupano oggi gli spazi lasciati liberi da quei mitici, bizzarri “genietti”, che contribuivano a rompere la monotonia delle lunghe sere invernali, davanti al camino o attorno al braciere. Oggi la TV ci dice che hanno fatto il loro tempo, ma “non sarebbe preferibile, per l’educazione dei nostri bambini, avere in casa, questi folletti giocherelloni e dispettosi, anziché tanti costosi, quanto inutili e deleteri prodotti della moderna società consumistica?”



















