27 gennaio, il giorno della memoria

Decorrono quest-anno, nel Giorno della memoria, i 60 anni dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, data simbolica, che è stata appunto decisa per ricordare che cosa è stato, prima ancora del momento indimenticabile della sua liberazione, che cosa ha rappresentato quel campo per quei terribili tre anni della sua esistenza. Come sempre, queste ricorrenze ci sollecitano a un esame di quanto abbiamo fatto in questi anni, di che cosa ci proponiamo di fare man mano che i superstiti, i pochi reduci tornati vivi da quell-inferno, vanno scomparendo.


-Perché non succeda mai più-. Questa è la vera e propria parola d-ordine che ricorre in questa circostanza. E- giusta? E- sufficiente?


Non abbiamo dubbi sul fatto che sia giusta e che ripeterla ogni anno in questa giornata, lungi dal banalizzarla, dovrebbe rafforzarla e soprattutto farla diventare un patrimonio stabile della coscienza individuale e collettiva.


Forse però dobbiamo riconoscere che non è sufficiente. Il problema è non tanto che cosa affermiamo, ma che cosa abbiamo fatto e che cosa intendiamo fare, sul piano educativo, sul piano dell-informazione, persino sul piano della sicurezza.


L-antisemitismo, a sessant-anni da allora, non è certamente scomparso e riaffiora, alimentando e insistendo su vecchi pregiudizi antiebraici, sia su quelli teologici che speravamo essere in via di estinzione dopo il Concilio Vaticano II, sia su quelli genericamente o specificamente razzistici che circolano insidiosi soprattutto fra molti giovani, sia su quelli politici che possono diventare fonte di violenza, se non si provvede con adeguati strumenti di chiarificazione.


Dobbiamo dunque adeguare il nostro auspicio, la nostra volontà, il nostro senso di solidarietà e la stessa nostra speranza per un futuro di fratellanza umana, ai problemi del presente e alle sue persistenti minacce. Senza fare di questa sacrosanta battaglia un compito di ristrette schiere di specialisti, ma facendone un patrimonio di tutti, un patrimonio da conservare e da sviluppare; appunto, -perché non succeda mai più-.


Amos Luzzatto


presidente dell-Unione


delle Comunità Ebraiche Italiane


 


 


La testimonianza



1° novembre 1995: sono tornata ad Auschwitz.
Ho rivisto i reticolati, le torrette, quel che resta dei forni crematori e le baracche, dove ci raccoglievamo tremanti.
Ho risentito, nel silenzio assoluto di oggi, le voci e le invocazioni di ieri.
Ho capito che non bastano cinquant-anni, per cancellare il ricordo di un crimine così grande.
L-immagine di quei luoghi, e il dolore che ne derivò, sono impressi in maniera indelebile nei miei occhi: non mi hanno mai abbandonato.
Oggi più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano: è l-unico modo per sperare che quell-indicibile orrore non si ripeta, è l-unico modo per farci uscire dall-oscurità. […]
[…] Terminata la selezione, divisero uomini e donne e ci fecero entrare in due baracche diverse. Qui avvenne la nostra orrenda metamorfosi. Il nostro processo di spersonalizzazione iniziava da quella baracca.
Costrette a spogliarci completamente nude, davanti ad alcune SS e alle guardine armate di bastoni, donne dal viso cattivo e prive di qualsiasi sentimento, fummo fatte poi sdraiare su dei lettini, come quelli in dotazione ai medici, e fummo completamente rasate in tutte le parti del corpo.
A questa mansione, erano addetti alcuni detenuti in camice bianco, che fungevano da barbieri. Da quegli uomini non udimmo neanche una parola, ma dal loro silenzio intuimmo che “dovevano” farlo. In un ultimo tentativo di difendermi da tanta violenza fisica e morale, serrai le gambe, cercando di coprirmi il seno con le braccia. Un nazista mi colpì con la canna del fucile e brutalmente gridò: “Spalanca le gambe e fatti rasare!”
In quel momento persi tutta la mia dignità e il mio pudore.
Le guardine di fronte a noi ci schernivano ridendo e brandendo il bastone, per accrescere la nostra paura? ma, ormai, non era più necessario.
Uguali nell-aspetto le une alle altre, già fiaccate nello spirito, eravamo inermi davanti ai nostri aguzzini che ridevano del nostro pudore, ci schernivano per l-aspetto, ci mortificavano nella nostra femminilità.
Eravamo ebrei, esseri immondi da eliminare: questa la ferrea logica del Reich.
I nostri indumenti furono accatastati su carrelli nel corridoio, mentre noi, costrette a passare in una grande sala attigua, fummo sottoposte a una doccia di gruppo: eravamo circa in trecento, pressate come le sardine.
Durante la doccia, sentivo i corpi delle mie compagne soffocare il mio e il contatto con quella pelle umida ed estranea, spingeva alla difesa il mio organismo ancora non abituato a quella vita disumana.
Più tentavo di evitare quel contatto e più mi sembrava di rimanerne intrappolata. Mi sentivo impazzire.
Possibile che fosse tutto vero? Possibile che stesse accadendo a me? Ci furono attimi in cui la mente si isolò dal corpo e non riuscì a riconoscersi in quella grottesca figura, quale, ormai, era la mia.
Asciugate con enormi ventole che emanavano aria calda, fummo successivamente rivestite con stracci, senza biancheria, e con zoccoli disuguali. In seguito, avremmo imparato che il camminare con questi zoccoli di misura diversa, oltre a rappresentare una notevole difficoltà, avrebbe contribuito a rendere più tragica la vita, già tanto precaria, del lager.
Quando la temperatura scendeva sotto lo zero, i piedi, costretti in quelle calzature, si riempivano di tumefazioni e piaghe dolorose, deformandosi. Quella condizione estrema, indirizzava irrimediabilmente il nostro cammino verso la camera a gas. […]
[…] Io ho vissuto per non dimenticare quella parte di me, rimasta nei lager, con i miei vent-anni.
Ho vissuto per difendere e raccontare l-odore dei morti che bruciavano nei crematori, per difendere la memoria di tutti i miei cari e di tanti innocenti, memoria che oggi si tenta ancora di infangare.
Ho vissuto per raccontare che le ferite del corpo si rimarginano col tempo, ma quelle dello spirito mai. Le mie sanguinano ancora.
Nostra è, ancora oggi, e sempre, la sofferenza di quel tempo, il nostro camminare avanti, fra mille difficoltà.
Abbiamo vissuto la degenerazione, la nostra “vita indegna”, ma siamo sopravvissuti, cercando di cancellare la nebbia e il buio, dalla nostra mente.
I nostri figli, tutto questo lo hanno già compreso, lo portano nel cuore. La nostra sofferenza, il nostro disagio, il nostro bisogno di riscatto, sono diventati la loro eredità.
I nostri figli soffrono il nostro passato.
I nostri figli soffrono, oggi, il nostro malessere, le nostre ansie, le nostre paure.
Gli altri sappiano che dalle macerie della nostra esistenza, sono nati loro, i nostri figli, stelle che abbiamo seguito per tutta la vita, con tutte le forze e che rappresentavano il riscatto, la vita che continua, nonostante tutto, la storia che va raccontata, che loro devono raccontare.
Auschwitz ha rappresentato, per noi, il buio, le nostre stelle son servite a illuminarlo.
A settantesette anni sono tornata ad Auschwitz-Birkenau.
E- stata la rivincita della mia vita sulle miserie della morte.
Mi sono ritrovata libera di camminare in quel deserto di morte senza speranza, libera di piangere la mia solitudine, appoggiandomi all-uomo che, mai, avrei sperato di conoscere: mio figlio.
Lui ha compreso il senso della mia esistenza: ho vissuto, per cinquant-anni, ad Auschwitz all-ombra del Camino.
Da cinquant-anni, una volta all-anno, ritorno a Vienna, raggiungo il Zentral Friedhof e mi fermo davanti a una scritta: “Richard Springer, geb. 5.11.1879 – gest. 28.12.1938, Buchenwald”.
Prego sulla tomba di mio padre, e depongo, ogni volta, una pietra: la pietra dell-amore e della vita.
Penso che un altro anno è passato? Il tempo scandisce la distanza che mi separa dai miei cari, ricordandomi che prima ancora di morire ho avuto la fortuna di rinascere per vivere.
Da cinquant-anni, ogni anno, mi fermo davanti al portone della “mia casa”, in Strozzigaße, 32: non ho più il coraggio di entrare, ma piango.
E- strano, ho la sensazione di non essermi mai allontanata, è come se fossi rimasta lì ad aspettare la mia vita, il mio domani.
Ripenso a quel quadro appeso all-ingresso: raffigura una strada, senza inizio né fine, in mezzo a un bosco di betulle.
Lì ho lasciato il mio Passato. Lì si è fermato il mio Presente?
Il mio Domani, adesso, ha gli occhi di mio figlio?!


 


La poesia


 


Primo Levi, se questo è un uomo


 


Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case;
Voi che trovate tornando la sera
Il cibo caldo e visi amici:


Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce la pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì e per un no


Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d-inverno:


Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,


Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli:
O vi si sfaccia la casa,
La malattia ve lo impedisca,
I vostri cari torcano il viso da voi.



 

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