Federico II visto da David Abulafia

David Abulafia: Federico II, un imperatore medievale.


David Abulafia, docente di storia a Cambridge, tratteggia in questa biografia una figura molto diversa, meno tollerante e più tradizionalista, meno coraggiosa e combattiva, timorosa di due papi aggressivi e sospettosi. Una ricostruzione decisamente controcorrente della vita del sovrano Svevo. Ne riportiamo la parte conclusiva.


 


– Questo libro propone una reinterpretazione di un regno che in realtà è stato decifrato seguendo itinerari logici improbabili. Sarebbe del resto assolutamente illusorio partire dal presupposto che Federico sia stato lineare nell-applicazione dei propri principi; questi si evolsero nel tempo, ma , com-è costume in politica, egli non si peritò di perseguire di volta in volta obiettivi che a un osservatore moderno paiono contraddittori, o quanto meno inconseguenti.(?) Comunque Federico più di una volta si ritrovò nei pasticci quando ebbe a che fare con conflitti di autorità nell-ambito dei suoi molti regni: si ricordi la visita a Cipro e in Terra Santa.(?)Federico visse come un principe orientale meno di quanto ci si voglia far credere, anche se non è difficile supporre che la sua corte folta di danzatrici e suonatori di tromba musulmani suscitasse impressioni stravaganti nei visitatori provenienti dal Nord. Ma il patronato culturale dell-imperatore fu soltanto una pallida ombra di quello dei suoi progenitori normanni, in parte a causa della guerra, che ne stornò attenzione e risorse verso la Lombardia, e in parte per effetto del progressivo disimpegno della Sicilia dal mondo musulmano, culminante nell-espulsione dei Saraceni dall-isola e nella rifondazione di Lucera come città-presidio islamica in Puglia. Con il XIII secolo la coesistenza di cristiani, musulmani ed ebrei, impegnati in comuni imprese culturali come le opere di traduzione, divenne un elemento peculiare della corte castigliana anziché di quella siciliana. Il regno di Federico II segna la fine, non la rinascita, della convivencia  nel suo regno meridionale. L-interesse della parabola di Federico sta nei suoi avversari non meno che in lui stesso, nei pontefici che si mostrarono più determinati a distruggere la sua potenza di quanto egli fu mai ad abbatterne la loro. Una tragedia a tutti gli effetti, di un uomo costretto dai suoi denigratori ad agire in propria difesa, disilluso sul piano degli ideali, vittima di una duplice eredità dinastica. Eppure tra i suoi ideali più alti vi fu la conservazione di quell-eredità, non soltanto per accrescere il proprio potere ma per trasferire integri a chi era destinato a succedergli i titoli, le terre e i privilegi di cui Dio stesso lo aveva investito. Non fu un siciliano, né un romano, né un tedesco, né un mélange di teutonico e latino, ancor meno un quasi-musulmano: fu un Hohenstaufen e un Altavilla.-

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