A Federico successe il figlio Corrado, il quale si trovava in Germania. In sua assenza, il Regno venne retto dal fratello diciottenne Manfredi.
Corrado, come primo provvedimento, impose a Guglielmo d-Olanda, suo rivale, di abbandonare la Germania. Tale atto, però, gli procurò la scomunica da parte di Innocenzo IV, lo stesso Pontefice che lo aveva nominato Re dei Romani mentre era ancora in vita il padre.
Il Papa, inoltre, lo fece decadere da tutti i suoi diritti sui Regni di Puglia e di Sicilia e molti baroni, duchi e conti gli si ribellarono non solo in Italia (Foggia, Andria, Barletta, Napoli, Capua, Caserta e Acerra), ma anche in Germania, non riconoscendolo come loro Sovrano.
Manfredi, anche se giovanissimo, con un esercito ben fornito sottomise le Città di Foggia, Andria e Barletta, che tra l-altro vennero tassate, nonché Aversa e Avellino; pose l-assedio alla Città di Napoli, i cui abitanti gli si opposero con grande valore, tanto che, non riuscendo nel suo intento di sottometterla, mise a soqquadro l-intero territorio campano. Indi inviò il fratello Enrico a governare la Sicilia e la Calabria, onde anticipare un-eventuale ribellione in quei luoghi.
Si portò, poi, a Lucera ove pose la sua dimora. (Nicolò Jamsilla – Historia de rebus gestis Frederici II eiusque filiorum Conradi et Manfredi: Et deinde apud Luceriam profectus est, ubi audivit, quod iam Foggiani aggeribus circumcirca vallare se caeperat?)
Corrado, dalla Germania si portò in Italia (1252); a Venezia proseguì per via mare, approdando a Siponto con una parte dei cavalieri, mentre un-altra parte venne fatta sbarcare a Pescara
Al suo arrivo trovò ad attenderlo il fratello Manfredi, a cui attribuì onori e gloria per il lavoro svolto durante la sua assenza. (Capecelatro – Storia del Regno di Napoli, cap. 6)
Corrado, rafforzato il suo esercito con i Saraceni di Lucera, si portò a Capua e, quindi, a Napoli, soggiogandole con barbarie indicibili. E questo suo comportamento fa capire che egli intendeva ricomporre il Regno con la forza. Indi, dimentico di quanto Manfredi aveva fatto durante la sua assenza, gli tolse tutti i diritti avuti dal padre Federico sul letto di morte.
Mentre continuava ad imperversare nei territori dei nobili ribelli, venne a conoscenza della morte del fratello Enrico, il quale dalla Sicilia si portava in Puglia per rendergli omaggio.
Messo ordine nel Regno, Corrado pensò di tornare in Germania per combattere contro Guglielmo d-Olanda, che gli si era di nuovo ribellato. Giunto a Lavello, però, venne preso da un male mortale, finendo i suoi giorni alla giovane età di 26 anni.
Gli successe il figlio Corradino, che aveva appena due anni, il quale si trovava in Germania con la madre Elisabetta di Baviera. Tra le volontà testamentari egli volle che il figlioletto venisse messo sotto la tutela del sommo Pontefice e sotto il baliato del marchese Bertoldo di Hoënburg.
Innocenzo IV, invece, ritenne che il Regno fosse di diritto dello Stato Pontificio, per cui pensò di prendervi possesso.
Ciò arrecò malumore nell-animo del marchese Bertoldo, il quale inviò ambasciatori a Roma per assicurare il Papa di voler mettere sotto la sua tutela Corradino e il Regno, fatti salvi naturalmente i diritti del suo Balio.
Il Pontefice gli rispose che i diritti di Corradino sarebbero stati esaminati quando avrebbe raggiunto la maggiore età e che il giovanetto avrebbe ottenuto la grazia.
Il Marchese, non ritenendosi all-altezza del compito affidatogli, rinunziò al baliato e lo mise nelle mani dello zio Manfredi il quale, vedendo che molti baroni e Città del Regno parteggiavano per il Papa, ritenne opportuno di non attaccarlo apertamente, anzi gli andò incontro e a Ceperano, in segno di venerazione, portò il cavallo di Innocenzo IV con le briglie fino al ponte di Garigliano.
Durante l-intero incontro, Manfredi ricevette il Pontefice nel suo Regno senza opporgli alcuna resistenza, però fece sì che fossero salvi i diritti del Re ed i suoi.
Innocenzo IV rimase, almeno in apparenza, soddisfatto del comportamento di Manfredi, il quale ben presto dovette ricredersi sulla magnanimità del Pontefice. Costui, infatti, faceva nel Regno il bello e il cattivo tempo, tanto che arrivò a spogliarlo della Contea di Lesina e Montesantangelo, dandole a Borrello d-Anglono, per premiarlo della sua fedeltà alla Chiesa.
Manfredi cercò in tutti i modi e mezzi di ostacolare la volontà papale onde far rispettare la sua autorità di Balio del Regno in nome di Corradino, senza, però, alcun risultato.
Dissimulando la sua avversità al Papa, si allontanò nascostamente dalla corte Pontificia che dimorava in Teano, ove, tra l-altro, Innocenzo IV venne colto da malore.
Per la strada incontrò Borrello, il quale rimase ucciso per mano di alcuni abitanti del posto legati alla Casa Sveva.
Il Papa, alla notizia della morte di un fedele servitore della Chiesa, si adirò talmente da volerne vendetta nei confronti di Manfredi. Inviò un manipolo di soldati per arrestarlo, nel caso non si fosse presentato spontaneamente davanti a lui. Ma Manfredi, nonostante l-intervento del marchese Bertoldo di Hoëburg che lo invogliava a sottomettersi al Papa, non volle farlo, anche perché presagiva quale fine avrebbe potuto fare.
Seguendo i consigli di Guaivano Lancia, suo zio materno, si avviò verso Lucera ove pensava di essere ben accolto da Giovanni Moro, un ragazzo nero (si pensa figlio di Federico e di una schiava), deforme nel fisico, cresciuto a Palazzo Imperiale come servo e, in seguito, dimostrandosi dinamico ed ossequioso, riuscì a guadagnare la simpatia di Federico a tal punto da divenire il comandante della guarnigione e governatore della Città di Lucera. (Nicolò de Jamsilla – opera citata: Fuerat autem praedictus Joannes Morus quidam servus niger de domo Imperatoris, qui pro eo quod a pueritia sua visus fuit homo industriosus, et in omni obsequio sedulus, in Aula Imperatoris crevit, et in oculis suis satis acceptus fuit? praedictum Joannem, licet aspectu deformem et ex ancilla natum, Camerae suae custodem et Secretorum Aulae participem et? suorum Praepositum fecerat. Mortuoque Imperatore, Princeps Manfredus, dum Baliatum fratris sui gesserat, ipse Joannes Morus in eodem officio invitus Magister et Praepositus Regiae Camerae factus fuit, adeoque magnificatus a Rege, quod etiam Civitati Luceriae ipsum proposuit, et Praepositum ipsius Civitatis vocari fecit. In Civitate vero ipsa, vivente Rege, ipse Joannes magis quam ipse Rex dominabatur, nec plus ipse de Saracenis ipsius Civitatis faceret, quam ipse Joannes Morus, qui Rector et tamquam Dominus ipsius Civitatis remansit).
Pasquale Zolla



















