Le abitudini di una persona difficilmente vengono cambiate, soprattutto se avvengono attraverso imposizioni. E i Saraceni di Lucera non riuscirono mai ad abituarsi a vivere in una zona, tra l-altro, molto lontana dal mare e, soprattutto, assai distante dalle rive della loro madre patria: l-Africa!
Desiderosi di ritornare in Sicilia, anche se allettati dalle terre loro concesse, si spingevano per motivi di affari fino allo stretto di Messina, cercando, poi, di passare sulla sponda siciliana.
Federico, allora, emanò disposizioni per frenare la loro fuga verso la Sicilia, minacciandoli di duri provvedimenti in caso di trasgressione; inoltre diede loro molti privilegi affinché il loro vivere nella nuova dimora fosse assai confortevole. (Regest. Federic. – Pubblicato da Carcani dopo le Costituzioni di Melfi).
La nostalgia, però, è una brutta consigliera e i Saraceni furono più presi da essa che dalle disposizioni di Federico che, per arginare la loro spinta verso la Calabria, il 25 dicembre 1239 emanò un decreto nel quale ordinava che tutti i Saraceni del Regno dovevano essere concentrati in Lucera.
Tale decreto venne emesso anche perché un mese prima i Saraceni dimoranti in Sicilia erano insorti a causa delle loro misere condizioni di vita. Naturalmente vennero sottomessi e spediti a Lucera.
La Colonia Saracena quivi dimorante divenne assai numerosa e, credo, fu in tale occasione che nella nostra Città si raggiunse la presenza delle sessantamila unità, già riportate in un precedente capitolo.
Oltre alle opere citate (castello, palazzo imperiale?) in Lucera furono edificati anche harem per le odalische e per le concubine. Per il loro mantenimento Federico emanò diversi editti, tra i quali uno diretto a Giovanni Moro, governatore di Lucera (10 novembre 1239), che imponeva di tenere a parte delle somme di danaro da mettere a disposizione del Cadì di Lucera ogni qualvolta ce ne fosse stato bisogno; che fossero date alle odalische, tramite il capo degli eunuchi Ben Abou Zenghi, una veste foderata di pelle di martore e delle camice e dei veli di stoffe di lino; ed alle concubine: una giubba di pelle di cammello intessuta, delle camice e veli di stoffe di lino.
Vi erano anche serragli per gli animali: cammelli e leopardi domati; gabbie per orsi, iene e altri animali feroci; cavalli arabi sia per uso personale dell-Imperatore che degli stessi Saraceni. (La Farina – L-Italia dei tempi più antichi sino ai giorni nostri: Era in quel tempo Lucera popolata di sessantamila abitatori, quasi tutti Saraceni: l-Imperatore Federico, per far loro dimenticare l-Africa e la Sicilia, l-antico paese dei Sanniti aveva quasi trasformato in una provincia dell-Oriente: i cammelli servivano per trasporto degli uomini e della roba; la Città era adorna secondo l-uso Saraceno; e pei fieri diletti della caccia i boschi erano abitati da tigri, da pantere e da leopardi.).
Nel 1242 Federico si trovava a Roma per l-elezione del nuovo Pontefice, onde far sentire la sua voce in proposito. Poiché i cardinali ritardavano ad eleggere il Papa, si diede, con i Saraceni di Lucera, a fare scorribande per l-intero territorio sottoposto alla Santa Sede, arrecandovi rovine e distruzioni anche di diverse chiese.
Dalla Badia di Grottaferrata fece prendere due statue di bronzo e le fece trasportare a Lucera. (Riccardo da S. Germano – Chron. anno 1242: Eo mense Imperator ante recessum ab obsedione Urbis, statuam hominis aeream, et vaccam aeream similiter, quae diu staterant apud S. Mariam de Crypta Ferrata, et aquam per sua foramina artificiose fundebat, in Regnum apud Luceriam, Apuliae Civitatem, ubi Saraceni degebant, portari iubet)
Agli occhi di chi legge, appare subito l-importanza che i Saraceni ebbero come soldati e cavalieri al seguito del grande Imperatore. Essi, infatti, costituirono il nucleo permanente del suo esercito e gli furono sempre fedeli, grazie anche alle ampie concessioni loro date non solo dal punto di vista sociale, ma anche in fatto di religione.
L-armamento di detti guerrieri era costituito da un arco con la faretra per le frecce a punta, spesse avvelenate, e combattevano sia a piedi (oggi: fanteria) che a cavallo.
L-anno dopo (1243) venne eletto Pontefice il cardinale Sinibaldo Fieschi, il quale assunse il nome di Innocenzo IV.
Federico fu molto contento per tale scelta, per cui ordinò che in tutte le Chiese del Regno fossero elevate preghiere per il nuovo Papa. Ma costui, per tutta risposta, nel Concilio tenuto a Lione, lo fece dichiarare decaduto dal suo Impero e lo scomunicò.
Intanto la Lombardia e molti baroni si erano ribellati all-autorità imperiale, ovverosia a Federico, per cui fu costretto a ritornare immediatamente in Puglia, mise su un nuovo esercito e marciò su Pavia (1248).
Dopo un anno di alterne vicende il suo esercito, guidato dal figlio Corrado, venne sconfitto nei pressi di Aquisgrana da Guglielmo, conte d-Olanda e Re dei Romani.
Federico, lasciato l-altro figlio Enrico in Lombardia in qualità di Vicario, decise di tornare a Lucera, fermandosi a Fiorentino, castello poco distante dalla sua amata sede, per assoldare nuove genti e formare un nuovo esercito. Ma qui venne colpito da acutissime febbri e vi morì: era il 13 dicembre 1250, giorno dedicato a Santa Lucia.
Il 28 dello steso mese il suo corpo mortale, scortato da guardie Saracene, fu portato prima e Foggia e poi a Taranto, per poi proseguire per Palermo, ove venne sepolto nella Chiesa di Monreale con la seguente iscrizione di Leonio, Canonico di S. Benedetto e Religioso del Monastero di S. Vittore in Parigi:
Annis millenis bis centum pentaque denis
Dives mendicus decessit Rex Fridericus
Illo namque die celebratur festa Luciae.
Si probitas, sensus, virtutum, gratia, census,
Nobilitate orti, possent resistere morti,
Non foret extinctus Fridericus, qui iacet intus.
Prima di morire Federico si riconciliò con la Chiesa, dettando a Bernardo, Arcivescovo di Palermo, le sue ultime volontà e nominando suo successore Corrado e, in caso di morte di costui, Enrico, suoi figli legittimi e Manfredi, figlio avuto al di fuori dal matrimonio da Bianca Lancia, Balio e governatore del Regno durante l-assenza di Corrado, il quale si trovava in Germania. Gli confermò anche la concessione del Principato di Taranto e di diverse altre contee.
Dispose, inoltre, che fossero restaurate le Chiese distrutte, tra cui la Cattedrale di Lucera. (Giannone – Storia Civile del regno di Napoli – Dal testamento di Federico II fatto in Fiorentino: Item statuimus, ut Ecclesiae Luceriae, Sorae, et si quae aliae Ecclesiae laesae sunt per officiales nostros, reficiantur et restituantur)
Pasquale Zolla
CAPITOLO XXIV



















