Lucera, 17 Luglio 2024

L’euro e’ stato un affare o no? Non si sa

L’angolo di Antonio Di Muro
 
In questi giorni si rinnovano gli attacchi all’euro, paradossalmente anche da parte di alcuni di coloro che a suo tempo ne hanno favorito e difeso l’introduzione. Si sostiene – ecco il tema centrale – che tutti i nostri guai dipendano dalla messa in circolazione della moneta unica, che, avrà pure i suoi limiti, ma di certo non è la sola responsabile dei tanti guai che hanno accompagnato le sorti dell’economia europea e nazionale negli ultimi anni. In questi giorni, è sceso in campo nuovamente lo stesso Silvio Berlusconi, il quale, col peso politico che detiene, ha attaccato frontalmente e pesantemente la cancelliera tedesca Angela Merkel, ritenendola la responsabile unica della politica recessiva che ha bloccato ogni tentativo di ripresa dell’economia italiana. E’ certamente una analisi troppo colpevolista, anche se in qualche maniera condivisibile nella parte che riguarda il possesso e la negoziazione dei titoli di Stato.  Naturalmente così si cerca di accompagnare quello che il pensiero popolare, secondo cui con l’euro sono saltati tutti i punti di riferimento, con il risultato che il costo della vita è aumentato di una percentuale a due cifre.  E’ la massaia a percepire meglio la situazione,  cui poco interessa se è stato l’euro o piuttosto la politica complessiva a portarci alla situazione attuale. Le ragioni del prevedibile fallimento dell’euro forse sono retrodatate, nel senso che andrebbero addebitate alla mancanza di una politica legislativa ed economica omogenea, convergente  all’interno dell’Unione Europea.
Difatti, é stato lo stesso Guido Carli, uno degli uomini che hanno fatto grande l’Italia, a dire nelle “Considerazioni finali” (1971): “Il perseguimento dell’unione monetaria con forte anticipo sull’integrazione delle economie può danneggiare alcune di esse e non consente una distribuzione fra i Paesi membri dei vantaggi e degli svantaggi connessi con il processo di unificazione….Senza l’integrazione delle economie, la rinuncia dei Paesi all’uso autonomo del tassi di cambio e degli altri strumenti di politica monetaria può danneggiare qualcuno di essi”.  E’ quello che si è  verificato in Italia e altrove, dove,  però, c’è un altro peccato originale: tanti Stati hanno preferito cavalcare la politica della crescita del debito pubblico, puntando sulla progressiva svalutazione dello stesso. Cosa che oggi non è più possibile,motivo per il quale i paletti impostici vanno a noi e agli altri troppo stretti. Naturalmente, anziché proclami e comizi, occorrerebbe metter in campo quei correttivi che, pur attraverso le strettoie, siano in grado di animare i settori più in difficoltà, magari a scapito delle tante spese non proprio necessarie che godono indisturbate nella pancia dei bilanci statali in rosso. In economia tutto è possibile. Serve soltanto prendere coscienza delle difficoltà e puntare su una linea unitaria che porti essenzialmente al rovescio di quella mentalità che ci ha portati alla catastrofe attuale. Come dire fare opera di pentimento e di cessare il comodo tiro al bersaglio contro la Merkel. E rileggere quello che ci raccomandava Guido Carli.

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