Valente venne bruciato vivo dai barbari (378 d. C.) e Valentiniano dichiarò Augusto il figlio Graziano. Cosa che, tra l-altro, avvenne anche per l-altro figlio Valentiniano II (379). Graziano scelse come suo pari Teodosio, il quale stabilì la sua sede a Tessalonica. Questi fece rafforzare le guarnigioni e le città per combattere l-avanzata dei barbari (Goti, Germanici, Persi, Scoti?); inoltre ripristinò l-ordine e cercò di rinfocolare nell-animo dei Romani il sentimento patrio e il coraggio, distrutti dopo la sconfitta di Adrianopoli. Teodosio sconfisse Massimo, che si era eletto imperatore dei Romani, ad Aquileia, dandone il suo corpo in premio ai comandanti del suo esercito per vendicare la morte di Graziano, ed entrò trionfalmente in Roma. Alla sua morte (395) l-Impero venne diviso tra i suoi due figli Arcadio (Oriente) e Onorio (Occidente); questi, però, non riuscirono a frenare l-avanzata dei barbari i quali, nell-invadere l-Italia, scomposero tutto ciò che univa i vari Municipi a Roma, per cui anche Lucera venne a perdere quel legame che La univa alla suddetta Città. Non sto qui a parlare dei diversi popoli barbari che si portarono in Italia e dei loro re, anche perché intendo soffermarmi su tutto ciò che riguarda Lucera, la quale, in questo periodo, non viene menzionata dagli storici. Un accenno a Lei si trova in una lettera di Gelasio Papa che visse ai tempi di Teodorico, re degli Ostrogoti. (493). Nella lettera viene riportato un disposto secondo il quale i servi ordinati chierici restavano tali, a meno che i loro padroni non lo permettessero. In detta epistola si fa menzione del Vescovo di Lucera e di una nobildonna, Massima, i cui servi erano stati nominati Diaconi. «Decreto di Graziano – Distinct. LIV. can. XI. Gelasius Rufino et Aprili Episcopis : Quis aut leges Principum aut Petrum regular, aut admonitiones modernas dicat debere contegni, nisi qui impunitum sibi tantum aextimet transire commissum? Actores siquidem filiae nostrae illustri set magnificae faeminae Maximae, pelitorii nobis insinuatione conquesti sunt, Sylvestrum et Candidum originarios suos contra constitutiones, quae supradictae sunt, et contradictione praeeunte Lucerino Pontifice Diaconos ordinatos. Idem frates charissimi tantae praevaricationis excessus noveritis sagacius inquirendos, et si constiterit quaerelam vetitate fulciri, continuo, qui contradictione praeeunte non legitime sunt creati, a sacris officiis repellantur.» Morto Teodorico, la figlia Amalasunta dichiarò erede della corona il figlio Atalarico e, alla morte di costui, venne proclamato re Teodato, nipote di Teodorico, che, seppure aiutato dalla cugina Amalasunta ad impossessarsi del potere, la fece uccidere. L-Imperatore Giustiniano cercò di scacciare i Goti dall-Italia e inviò Belisario che, dopo essere sbarcato in Sicilia (535), si portò a Reggio Calabria, saccheggiò Napoli e si portò a Roma. Intanto morto Teodato, il suo successore Vitige si portò a sua volta a Roma assediandola. Ma venne sconfitto da Belisario e portato prigioniero a Costantinopoli. Totila (541) venne incoronato re e si portò in Italia. Giunto nel Sannio prese Benevento e sottomise anche la Puglia e la Calabria. Per arginare la potenza di Totila venne inviato di nuovo in Italia Belisario e la Puglia, a seconda delle fortune guerresche dell-una o dell-altra parte, venne a volte governata dai Greci e a volte dai Goti. Richiamato a Costantinopoli Belisario, venne inviato in Italia il generale Narsete (551), il quale sconfisse Totila. A quest-ultimo successe Teja, che fu anche l-ultimo re dei Goti. Teja cercò di liberare Cuma, perché in Essa città erano custoditi i tesori dei vari re Goti, ma non potendo passare attraverso i passi dell-Appennino, presidiati dall-esercito di Narsete, s-incamminò per i territori dei Marsi e dei Peligi e, giunto in Puglia, si accampò a Lucera. Narsete, naturalmente, si portò anche lui verso Lucera e Teja, temendo di restare assediato, lasciò la Città e si accampò nei pressi del Fortore, sulla riva opposta a quella dove c-era Narsete con il suo esercito. L-esercito di Teja veniva fornito di vettovaglie attraverso il porto di Brindisi e di Siponto; ma i Brindisini lo tradirono e lo costrinsero a combattere contro Narsete che, dopo una giornata di dura battaglia, ebbe la meglio. Teja, in detta occasione, morì con le armi in pugno. Sconfitto Teja (562), Narsete si portò in Toscana sottomettendo Firenze, Volterra, Pisa e Lucca; quindi si recò a Ravenna, ove gli giunse la notizia della presa di Cuma. Nel frattempo i Germani con Buccellino e i Franchi con Leutari si erano portati in Italia.. Buccellino imperversò in Campania, Lucania e Abruzzo; Leutari, invece, mise a ferro e fuoco le zone dell-Adriatico giungendo fino ad Otranto. Indi decise di tornare indietro, ma morì per un male incurabile nei pressi del Po. Buccellino, dal canto suo, affrontò Narsete ma subì un-amara sconfitta. Narsete, poi, si portò a Consa per eliminare un-orda di Goti colà asserragliati, indi si spostò a Brescia e a Verona, che si erano ribellate, sottomettendole e scacciò da Venezia i Franchi colà accampati. Dopodiché attaccò e sconfisse gli Eruli, che si erano sollevati contro di lui, facendo impiccare il loro capo Sinualdo. Narsete governò l-Italia per sedici anni. E, mentre si trovava costì, una sua nipote, S. Artelaide, fu costretta a fuggire da Costantinopoli, perché non volle sottostare al volere morboso di un comandate. Costei sbarcò a Siponto, ove fu raggiunta dallo zio e portata a Lucera. «Anonimo: In Vita S. Arthelaidis § 6. La prima presso i Bullandisti. 3. Mar. – Hoc audiens Narses Patricius gavisus est, et surgens cum multo comitatu equitum venit Sypuntum, et inventi eam intra Ecclesiam B. Marci Evangelistae, et osculati sunt ambo in caritate Christi, et praeparantes se venerunt gaudentes in Civitatem Luceriam et mansuerunt ibi tribus diebus, in qua Deus operatus est multa mirabilia meriti set orationibus B. Arthelays. Inde discendentes appropinquaverunt Beneventum.» Pasquale Zolla



















