Faeto: i mulini dell’alta valle del Celone

“Quando l-acqua dava pane”: luoghi da visitare grazie all-impegno dei discendenti degli antichi mugnai


Faeto, 25 marzo – Le lancette dell-orologio girano all-indietro per un secolo almeno quando ci si addentra nella fitta boscaglia che costeggia la strada per Greci. Contrada Ginestra, poche falcate in discesa verso la Fontana del Piscero e ci si trova subito immersi in un mondo a parte, dove dominano il cinguettio di passeri, pettirossi e cinciallegre, il crepitio dei passi incerti sul terreno appena umido di pioggia, il gorgheggiare della fontana d-acqua sorgiva (e diuretica, ci dicono) e il fluire più vicino e intenso del torrente Celone, che nasce qualche centinaio di metri più sopra. E poi, ancora, fiori dai vivaci colori, muschi dal verde intenso, cardi che sembrano piccole sculture astratte, un paesaggio brumoso che concilia con la natura e lascia che l-invadente uomo resti in rispettoso ed assorto silenzio ad ammirare l-armonia del paesaggio.
Ancora qualche decina di metri e l-incerto sentiero si perde in una spianata coperta solo dal prato e da qualche alberello qua e là. Ma a ben guardare, leggermente in declivio, sembra proprio una vasca naturale, un grosso “imbuto” che si strozza in prossimità di una “V” delimitata da alti muri in conci di pietra rozzamente squadrati. E nel vertice si apre un cuniculo verticale del quale non si vede il fondo.
“E- la condotta forzata – ci dice Ausilia Pirozzoli, la nostra guida – con un salto di 7 metri portava l-acqua, con forza adeguata, alle pale del mulino”. Ebbene è proprio un mulino, il vecchio mulino ad acqua sul corso del Celone, il motivo della nostra presenza qui, oggi, nella XV Giornata di Primavera FAI.
A Faeto, lo chiamano il “Mulino del Piscero” ed è uno dei pochi (venti in tutto sul corso del Celone) ancora visibili dei tanti luoghi di macinatura, segni di un passato industrioso, attivo, ricco.
Ausilia Pirozzoli, nostra ospite e faetana anche lei, è una discendente di una stirpe di mugnai che avevano di che campare proprio dal lavoro dei mulini.
“I mulini ad acqua dell-alta valle del Celone. Quando l-acqua dava pane” (*) è infatti il libro che ha scritto, con suo fratello Nicola, perchè tali e tante tracce di un passato ricco di storia e cultura non vadano disperse.
Dalla vasca di raccolta scendiamo qualche decina di metri più a valle, per ritrovarci al mulino vero e proprio, al luogo dove si radunavano decine di compaesani e limitrofi, avventori e clienti, durante il periodo della macinatura. E immaginiamo, tra queste mura dignitosamente e sapientemente tirate su nella seconda metà dell-800, il vociare, l-allegria e la vivacità di quei momenti, meravigliandoci anche della fatica che doveva costare il trasporto del grano e della farina attraverso questi percorsi impervi.
“E non pochi furono gli incidenti”, ci confessa Ausilia Pirozzoli “soprattutto quando si doveva fare manutenzione alle pale orizzontali poste nel locale interrato”. Eh, già, perchè non si tratta di un mulino ad acqua di quelli a cui ci hanno abituati le pubblicità delle merendine, di quelli cioè a ruota verticale, ma è il tipico esempio di mulino a ruota orizzontale, caratteristico e necessario per i corsi d-acqua a portata ridotta come è da sempre stato il torrente Celone.
Come funzionava ce lo dice Nicola Pirozzoli, che scrive: “Il loro funzionamento era semplice e si basava essenzialmente sullo sfruttamento dell-energia idraulica; in pratica, l-acqua del fiume veniva captata mediante appositi canali e fatta confluire nella vasca di deposito; quando vi aveva raggiunto un livello adeguato a generare la forza necessaria per muovere la macina motrice la saracinesca della condotta forzata veniva aperta, così l-acqua con una caduta di circa 3 metri batteva violentemente sulle pale di legno, inclinate, della ruota motrice facendola ruotare velocemente in senso orizzontale. Attraverso un asse di legno ancorato alla ruota motrice il moto veniva trasmesso alla macina mobile, mettendola così in rotazione rispetto all-altra; per mezzo di un sistema di leve la macina mobile veniva avvicinata o allontanata da quella fissa per ottenere farina della grana desiderata”.
Con l-avvento delle tecnologie più avanzate, anche il mulino del Piscero venne abbandonato (nel 1926, precisamente), “ma la visita – spiega Nicola Pirozzoli – consente non solo di apprezzare l-affascinante paesaggio, la tranquillità, la suggestione ed emozione del richiamo al passato, ma offre l-opportunità di ricordare e far conoscere una realtà ormai dimenticata e di sollecitare il recupero di questi preziosi reperti di archeologia industriale”.
Ancora rinfrancati per l-escursione al sito del Piscero e dopo una lauta bevuta alla fonte, ci spostiamo in paese, per visitare quello che poi è diventato la naturale evoluzione, per la famiglia dei nostri anfitrioni, della loro attività tipica: il Mulino Pirozzoli in via Donatone.
In questo caso si tratta dell-unico mulino ancora esistente nell-abitato di Faeto (seppure abbia fermato le macine nel 1982), nato inizialmente con un meccanismo basato su motore diesel e poi trasformato in motore elettrico da Carmine Pirozzoli, l-ultimo mugnaio che lo ha tenuto in attività.
“Ogni produttore  – è ancora Nicola Pirozzoli a descrivere l-atmosfera del tempo e il funzionamento delle macchine – portava il grano al mulino ed assisteva al processo completo della macinazione. Se il grano era già pulito veniva versato direttamente in tramoggia e da qui, con un sistema di coclee, tubi a scivolo ed elevatori, indirizzato verso il sistema di macinazione prescelto, se quello a cilindri oppure a macine di pietra. Se invece nel grano vi erano impurità, lo si passava prima nel comparto pulitore-battitore e poi versato in tramoggia”.
L-aria che si respira, i sacchi di juta ancora sparsi qua e là, le tracce di grano e di farina… indubbiamente rappresenta un-esperienza affascinante, suggestiva, altamente educativa quella di ripercorrere e ricercare le nostre radici anche e soprattutto nella quotidianità, nelle usanze e nei costumi, nei gesti banali e naturali che caratterizzavano l-esistenza dei nostri avi.
Un museo ad immersione piena, a cielo aperto, come tanti luoghi spesso dimenticati ma ancora ricchi di storia, testimonianze, fatti e persone di una Capitanata che si disvela solo agli sguardi più attenti.
(Sergio Proculo)


(*) Ausilia e Nicola Pirozzoli, “I mulini ad acqua dell-alta valle del Celone. Quando l-acqua dava pane”, Artigrafiche, Foggia, 2004


VISITA LA GALLERIA DI IMMAGINI DELLA NOSTRA VISITA AI MULINI DI FAETO



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