” Anna Karenina è un-opera d-arte assolutamente perfetta. Vi è in questo romanzo una parola umana non ancora intesa in Europa e che pure sarebbe necessaria ai popoli dell-Occidente”; questo fu il giudizio di Dostojevskij quando uscì il romanzo di Tolstoj. Esso apparve inizialmente a puntate, nel periodico Ruskii Vestnik (“Il Messaggero Russo”) nel 1873, abbandonata nel 1874, ultimata appena nel 1877.
Lev Nikolaevic Tolstoj (1828-1910) considerato il maggiore scrittore della letteratura russa
Anna Karenina (Анна Каренина) viene generalmente considerato come l-ultimo dei romanzi di Tolstoj della prima maniera; quando la sua arte intessuta su di uno sfondo naturalistico si svolgeva soprattutto in intrecci di carattere psicologico. La vicenda tragica di Anna Karenina e di Vronskij, cui fa da parallelo e da sintesi l-amore felice di Kitty e Levin, la famiglia esemplare degli Oblonskij, quella patriarcale dei Serbaskij, formano l-ambiente di questa narrazione epica, che diventa poema della società, della famiglia e del popolo russi.
I caratteri sono vivi e sbalzati non meno dei paesaggi e degli ambienti del gran mondo di Mosca e dell-alta società di S. Pietroburgo.
Ma Anna Karenina preannuncia anche il Tolstoj mistico e religioso che verrà dopo. C-è all-inizio del romanzo un-epigrafe ” Io mi sono riservato la vendetta, disse il Signore” che giustifica la persuasione tolstojana della necessaria purificazione universale. Si redime Anna col suicidio , e perfino Vronskij si nobilita, mentre Levin e Kitty rinascono in una superiore sfera spirituale.
C-è nel peccato stesso la vendetta, quella che Iddio si è riservata.
Russia, 1880. Alla stazione di Mosca il giovane ufficiale Vronsky, che aspetta l-arrivo della madre, incontra il suo amico Stiva in attesa della sorella Anna. Vronsky la incrocia inavvertitamente e ne è affascinato. Anna è moglie di Karenin, alto ufficiale dello Stato, ed ha un figlio piccolo Seriozha. Giorni dopo, al ballo più prestigioso della stagione, Vronsky ignora la principessa Kitty, innamorata di lui, e fa una corte serrata a Anna, che poi segue anche a San Pietroburgo. La corte di Vronsky infine ha successo, ma la relazione tra i due non riesce a passare inosservata nella rigida società russa del tempo. Karenin minaccia di divorziare e di togliere alla moglie la custodia del figlio. Anna aspetta un figlio da Vronski ma è colpita da una febbre terribile, Vronsky supplica Karenin di avere pietà di entrambi, Karenin lo perdona ma lo invita ad andarsene. I due però non possono stare lontani, fuggono in Italia, al figlio viene detto che la madre è morta. Poi tornano, ma la pressione cui sono sottoposti fa deteriorare la loro relazione. Vronsky parte per la campagna, Anna dopo qualche tempo decide di raggiungerlo, ma alla stazione rivede tutta la propria vita, si avvicina alla banchina e, quando arriva il treno, si lascia cadere sulle rotaie. Da Anna Karenina abbiamo scelto il seguente brano.
L.M.
Quello che per Vronskij era stato, per quasi un anno, l-unico, esclusivo desiderio che si era sostituito a tutti i desideri della sua vita, quello che per Anna era un impossibile, pauroso e così fascinoso sogno di felicità, quel desiderio era soddisfatto. Pallido, con la mascella inferiore che tremava, egli stava in piedi, chino su di lei, e la supplicava di calmarsi, non sapendo egli stesso di che, di che cosa.
– Anna, Anna – diceva, con voce tremante – Anna, in nome di Dio!
Ma quanto più forte egli parlava, tanto più bassa ella chinava la testa, un tempo orgogliosa e gaia, ora vergognosa; e si piegava tutta e scivolava dal divano sul quale era poggiata verso terra, ai piedi di lui; sarebbe caduta sul tappeto s-egli non l-avesse sorretta.
– Dio mio, perdonami! – diceva, singhiozzando, stringendo al petto le mani di lui.
Si sentiva così colpevole e peccatrice che non le restava che prostrarsi e chiedere perdono; ma adesso, nella sua vita, all-infuori di lui, non c-era più nessuno, e a lui volgeva la sua preghiera di perdono. Guardandolo, sentiva fisicamente la propria abiezione, e non poteva più parlare. Egli, invece, sentiva quello che deve sentire l-assassino quando vede il corpo da lui privato della vita. Questo corpo da lui privato della vita era il loro amore, il primo tempo del loro amore. C-era orrore e ripugnanza nel ricordare quello ch-era stato pagato a un così pauroso prezzo di vergogna. La vergogna dinanzi alla propria nudità spirituale soffocava lei e si comunicava a lui. Ma nonostante tutto l-orrore dell-assassino dinanzi al corpo assassinato, occorre fare a pezzi questo corpo, nasconderlo, valersi di ciò che l-assassino, uccidendo, ha conquistato.
E con accanimento, con furore quasi, colui che ha ucciso si getta su questo corpo, e lo trascina e smembra: così anch-egli copriva di baci il viso e le spalle di lei. Ella gli teneva stretta una mano e non si moveva. Ecco, questi baci sono il prezzo di questa vergogna. Anche questa mano che sarà sempre mia, è la mano del mio complice. Sollevò la mano e la baciò. Egli si piegò sulle ginocchia e voleva scoprirle il viso, ma lei si nascondeva e non diceva nulla. Finalmente, facendo uno sforzo, si sollevò e lo respinse. Il suo viso era sempre bello, ma faceva tanta più pena.
– Tutto è finito – disse. – Non ho nessuno all-infuori di te. Ricordalo.
– Io non posso non ricordare quello che è la mia vita. Per me, un attimo di questa felicità….
– Quale felicità! – disse lei con ribrezzo e orrore; e l-orrore si comunicò a lui. – Per amor di Dio, non una parola, non una parola di più.
Si alzò in fretta e si scostò.
– Non una parola di più – ripeté e, con un-espressione strana, a lui sconosciuta, di fredda disperazione, andò via. Sentiva di non poter dire la vergogna, la gioia e l-orrore che provava nell-entrare in quella nuova vita, e non voleva parlarne e non voleva rendere volgare, con parole inadatte, quel che sentiva. Ma anche dopo, l-indomani, e il giorno seguente, non trovò le parole adatte a dire tutto il complesso delle sue sensazioni, e così neppure le idee adatte a mettere ordine nell-animo suo.
“No, adesso non posso pensare – si diceva – dopo, quando sarò tranquilla”. Ma questa tranquillità per riflettere non veniva mai; ogni volta che le tornava in mente quello che aveva fatto, quello che sarebbe stato di lei e quello che doveva fare, era presa dallo sgomento e allontanava questi pensieri.
“Dopo, dopo – diceva – quando sarò più tranquilla”.
Nel sonno, invece, quando non aveva il dominio dei suoi pensieri, la situazione le appariva in tutta la sua informe nudità. Un unico identico sogno la visitava quasi ogni notte. Sognava che tutti e due erano nello stesso tempo suoi mariti, che tutti e due le prodigavano le loro carezze. Aleksej Aleksandrovic piangeva, baciandole le mani, e diceva: “Come si sta bene, ora!”. E Aleksej Vronskij era là, e anche lui era suo marito. Ed ella stupiva come questo le fosse apparso prima impossibile, e spiegava loro, ridendo, che era molto più semplice, e che ora entrambi erano felici e contenti. Ma questo sogno la soffocava come un incubo.



















