L’importanza di chiamarsi Bob Dylan

Il concerto evento che Bob Dylan ha tenuto a Foggia, al Teatro Mediterraneo, il 19 luglio, ha richiamato un pubblico numeroso che, alla fine, forse, è tornato a casa un po- deluso.


Sì, perché -il Mito-ha offerto una performance eccellente dal punto di vista tecnico, grazie anche alla maestria dei cinque ottimi elementi che erano con lui sul palco, ma, bizzarramente, priva di molti dei brani che hanno contribuito a iscriverlo nell-esclusivo club dei grandi di sempre. Oltre tutto, gli unici classici inseriti in scaletta, -The time they are a changin–, -Mr Tambourine man-, -All along the watchtower- e -Like a rolling stone-, li ha proposti in maniera irriconoscibile, quasi a voler indispettire i suoi fans, accorsi da ogni angolo della regione, che hanno, alla fine, inutilmente reclamato -Blowin in the wind-. Ma Dylan è così e, come si dice in questi casi, si ama o si odia.


L-ex menestrello del Greenwich Village ha compiuto, come è noto, percorsi spesso contraddittori, seppur intensi. Alfiere del movimento di protesta che invitava la società americana a tenere maggiormente conto dei diritti civili, paladino della pace, fervente credente ebreo, poi cristiano quindi di nuovo ebreo, Dylan ha vestito molti abiti, nei quali è entrato ed uscito con disarmante disinvoltura, irritando ed entusiasmando allo stesso tempo.


Sul palco del Teatro Mediterraneo si è presentato in completo scuro e con un cappello da cow boy bianco ficcato in testa, rimanendo, per tutto il tempo del concerto, un-ora e quaranta minuti, incollato a una tastiera, senza toccare una chitarra, concedendosi, però, brevi assoli di armonica a bocca. Per il pubblico, solo occhiate distratte, utili, nonostante tutto, a ridare vigore al fuoco sacro divampato in epoche, forse, lontane, quando i capelli non erano bianchi, la voglia di cambiare il mondo una necessità impellente e l-America era un-entità che faceva paura e, allo stesso tempo, parlava con il cuore e le idee di John Kennedy e di Martin Luther King.


L-America, le battaglie perse o vinte, i graffi del tempo, la nostalgia, tutto nella stridula voce di un sessantacinquenne che gioca col suo mito tra un ruvido rock-blues e una languida ballata country, al cospetto di un pubblico che lo adora; e fa sul serio. E lui lo sa.


D.A.


redazione SUNDAYRADIO 97.5 fm

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