Sabato, 6 maggio, si è svolta la presentazione della mostra “Piccoli Grandi Libri, Mostra del Microlibro-L-Antica Legatoria di Lucera, Quando
D. Nel suo intervento, lei ha detto che la sua generazione è stata capace di apprezzare i libri, e la grande letteratura, per via delle condizioni di vita meno agiate rispetto a quelle di oggi…
R. Penso che nella penuria si amino di più le cose. Oggi si lesina sull-uso del pane perché stiamo dietro alle diete, ma proviamo a pensare quale fosse la situazione in tempo di guerra o nell-immediato Dopoguerra: la gente era affamata. Con questo non intendo dire che si apprezza la lettura solo quando lo spirito è alle -pezze-. La verità è che viviamo un tempo in cui non ci sono più grandi idealità; forse i libri servono a riaccenderle. Oggi, si ragiona, ahimè, o con i piedi dei calciatori o con le gambe delle ballerine: la scena è dominata dai corpi di ballo e dalle tifoserie negli stadi, anche se queste forse stanno sparendo alla luce degli ultimi scandali.
D. Con la sua attività di scrittore e giornalista, lei ha raccontato il Meridione, nel senso più ampio del termine, e le cose meridionali. Cosa è, oggi, la cultura meridionale e come si colloca nello scenario nazionale, insidiato da spinte autonomiste?
R. C-era una volta un meridionalismo che difendeva le ragioni del Sud e voleva far capire ai governi gli errori commessi al momento dell-unificazione. In questi ultimi vent-anni, credo che il meridionalismo si sia un po- dilatato. Mentre con i governi della nuova repubblica c-è stata una dimenticanza del Sud, oggi, si procede verso l-interpretazione del Mezzogiorno come luogo ponte tra il Mediterraneo e l-Europa, che ha dimenticato per troppo tempo che esistevano i Sud e l-Oriente. Noi siamo arrivati alla Due Torri perché, purtroppo, abbiamo dimenticato che esistevano altre culture, che bisognava dialogare. Siamo rimasti per otto secoli nelle crociate. E continuiamo a fare crociate. Senza dialogo non si approda a nulla.
D. Il Mezzogiorno d-Italia, quindi, assume il ruolo di collante tra due mondi, Occidente e Oriente, che hanno saputo guardare più alle differenze che alle cose in comune?
R. Il Mezzogiorno si distingue per la sua vocazione al dialogo. Abbiamo avuto quindici anni di sbarchi intensi, anche se i primi arrivi bisogna farli risalire agli anni sessanta, quando comparvero nei nostri paesi i primi vu cumprà magrebini. Poi, di stagione in stagione, sono arrivati senegalesi, etiopi, nigeriani, fino a mauriziani e filippini, alla fine degli anni settanta. E con la caduta del Muro di Berlino sono arrivati in tanti dall-Est europeo e dai Balcani. Il Mezzogiorno, quindi, ha sempre suonato il campanello per queste presenze, perché siamo un Paese non totalmente occidentale non totalmente orientale. Abbiamo la povertà dell-Oriente e l-opulenza dell-Occidente, perciò sappiamo come stanno le cose, come sono i due mondi. Contemporaneamente, siamo toccati dal nichilismo indifferente delle culture consumistiche e dal vitalismo straccione di quei paesi. Il Meridione è, quindi, luogo di incontro, di cerniera. Non abbiamo, però, gli strumenti, come i grandi giornali. Le nostre cose le raccontiamo a noi stessi: oltre il Garigliano non vanno. Allora, finchè non c-è il potere di informazione saremo sempre una voce che clama nel deserto. E il deserto è il silenzio dell-Europa e il Mediterraneo che spara.
D.A.



















