Il viaggio di Federico II di Svevia


Un sovrano viandante per strade sicure e meno sicure. Sempre in viaggio, Federico II di Svevia edificò la sua vita meravigliosa e tragica, percorrendo in lungo e in largo i suoi possedimenti e le terre che gli dovevano obbedienza. Era nato durante un viaggio. Infatti, sua madre, la normanna Costanza D-Altavilla, tornava dalla Germania, quando, in prossimità di Jesi, fu colta dalle doglie. E nella piazza principale della cittadina marchigiana, gemellata con Lucera dal 1970, la sovrana, ormai quarantenne, all-interno di una tenda e al cospetto di molti testimoni, diede alla luce, era il 26 dicembre 1194, il futuro imperatore, al quale fu imposto il nome del nonno, il Barbarossa.


Un uomo che ha segnato un-epoca, nel bene e nel male, e che ebbe di fronte il papato, avversario tutt-altro che docile, sempre pronto a rendergli la vita difficile. Federico, nella Palermo insicura della sua infanzia di orfano, cominciò quel percorso di avvicinamento alla cultura araba che lo conquistò totalmente. Era cominciato il suo viaggio di uomo, di sovrano, di amante delle arti, della scienza. E già c-era mezza Europa da percorrere, perché in Germania, terra di suo padre e suo nonno, si decideva il destino del trono di un Impero. Via, allora, poco più che giovinetto, a sfidare mille pericoli, prima per mare, poi a dorso di cavallo, attraverso l-Italia del nord presidiata dalle città libere, altra spina nel suo fianco.


Dopo l-incoronazione e la consegna delle insegne imperiali, i tempi erano maturi per il ritorno nella sua terra natia dove, però, il nuovo papa era pronto a ricordargli la promessa di un altro viaggio, verso oriente, questa volta, per liberare i luoghi dove Cristo era nato, vissuto e morto. Ma altre faccende aveva da sbrigare l-imperatore: in Sicilia era necessaria la sua presenza per rimettere in sesto il Regnum e far capire, una volta per tutte, ai signorotti meridionali, e agli emiri arabi, che lo scettro del comando era saldo nelle sue mani.


In Terra Santa, Federico, come è noto, approdò dopo essere stato raggiunto dalla scomunica papale. E, proprio da sovrano scomunicato da Santa Madre Chiesa, riuscì, ironia della sorte, nel suo grande capolavoro diplomatico, impensabile in tempi in cui certe questioni erano regolate col ferro della spada: permettere ai pellegrini l-accesso ai luoghi di Cristo senza pericoli, grazie a un trattato concluso col sultano, nonostante il boicottaggio messo in atto dai Templari, longa manus del papa in quelle tumultuose contrade. Lo Svevo era riuscito, -senza battaglia e senza strumenti di guerra-, dove tanti condottieri crociati, carichi di religioso fervore, avevano fallito, da quando Gerusalemme era stata conquistata dal Saladino, nel 1187.


Ma era tempo di volgere la prua delle navi a occidente perché il papa con i suoi eserciti, non certo di anime pie, insidiava il Regnum, facendo circolare la voce della sua morte in Palestina. L-imperatore riprese il mare, dopo essersi incoronato re di Gerusalemme. E fu ancora guerra quasi perenne, su e giù per la Penisola, col Papato e la Lega Lombarda e di nuovo in Germania. E sempre meno fu il tempo da dedicare all-amata Puglia, terra di castelli, tra cui l-enigmatico Castel del Monte, e sontuose dimore in cui amava soggiornare con la sua corte itinerante per coltivare la grande passione della caccia col falcone.


Dopo gli ultimi anni segnati da tragici eventi, la sua vicenda terrena si concluse proprio in Puglia, in Capitanata. In quei giorni, Federico era a Foggia, quando fu colpito da disturbi gastrointestinali, ma, nonostante l-infermità voleva continuare a lanciare nel cielo i suoi falconi. Sellati i cavalli, partì col suo seguito, ma a Castelfiorentino, dove sorgeva una domus imperiale, fu colpito da un violento attacco di dissenteria e le sue condizioni si aggravarono. Sentendo la vita sfuggirgli, Federico dettò le ultime volontà, tra cui la restituzione alla Chiesa delle sue proprietà, il rilascio dei prigionieri e la riduzione delle tasse. Morì da imperatore cristiano, con indosso il saio dei cistercensi, il 13 dicembre 1250, mentre i fedelissimi saraceni di Lucera presidiavano il funereo castello. La salma dell-imperatore partì, così, per l-ultimo viaggio, verso la Sicilia, la sua vera patria, scortata dai saraceni, scalzi e piangenti, fino a Taranto, dove fu imbarcata su una nave imperiale che giunse, il 13 gennaio 1251, a Messina, da dove raggiunse Palermo.


Federico II di Svevia aveva accarezzato il sogno di un grande impero laico, esteso dalla Sicilia alla Germania e fino all-Oriente, con il papato ricondotto alle sole prerogative spirituali. Personaggio controverso, secondo quanto accertato dalla revisione critica della sua figura e della sua opera, lo Staufen, nel perseguire il raggiungimento dei suoi obiettivi, -dimenticò- le legittime aspirazioni delle popolazioni meridionali sottomesse al suo potere, gravandole, col tempo, di terribili imposizioni fiscali. Ma, per rispetto alla Storia, chi venne dopo di lui, restaurando un duro feudalesimo, non seppe certamente fare meglio, lasciando intatte quelle condizioni di indigenza.    


                             


D.A.

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