-Lucera, la strage dimenticata- ( Edizioni del Rosone -F.Marasca–collana -Il Novecento-) è il titolo di un saggio pubblicato da Francesco Barbaro su un eccidio avvenuto a Lucera, nel luglio 1919. Barbaro ha minuziosamente ricostruito i fatti di quelle ore drammatiche; ha consultato documenti, gli atti del processo a Roma, col piglio dello storico di razza, senza mettere il rossetto alla Storia, riportando quegli avvenimenti nudi e crudi. Un lavoro di notevole valenza culturale che ci restituisce l-immagine di una città sofferente, spezzata, arrossata dal sangue versato, offesa dall-oblio a cui quella vicenda è stata consegnata. Erano anni difficili; la Grande Guerra aveva messo in ginocchio il Paese; i prezzi erano saliti alle stelle e quella situazione incideva maggiormente sulle classi meno abbienti che, in larghissima parte, pativano la fame. L-Italia era percorsa, da nord a sud, dal vento della protesta, arginata con durezza dalla repressione operata dalle forze dell-ordine, con alcune decine di morti e centinaia di arresti. Nelle grandi città industrializzate aleggiava lo spettro della rivoluzione socialista. Nel Mezzogiorno, furono molti i moti popolari, in particolare nella nostra provincia. A Lucera, drammatica fu la giornata dell-11 luglio. Da giorni, era in atto uno sciopero per il caroviveri con scontri tra manifestanti e forze dell-ordine. -Intorno alle 15 dell-11 luglio 1919- ha raccontato Francesco Barbaro a SUNDAYRADIO-si accese, violenta, la scintilla della ribellione, in piazza Umberto I, l-attuale piazza Gramsci, per un motivo, se vogliamo, poco attinente con la vicenda che la città stava vivendo. In mattinata, c-erano stati scontri tra manifestanti e forze di polizia davanti al tribunale, perciò la tensione era altissima; Lucera era presidiata da centinaia di militari, poliziotti e carabinieri. Ebbene, un gruppo di avvocati di Foggia, avendo perso il treno, chiese a un delegato di polizia, che si trovava su un camion militare in partenza per il capoluogo, di poter salire sul mezzo. La cosa fu oggetto di commenti sarcastici da parte di alcuni dimostranti che avevano ascoltato tutto e che accusavano gli avvocati di voler viaggiare su un mezzo dello Stato senza pagare. Il delegato di polizia, molto agitato perché un suo collega, qualche ora prima, era stato picchiato durante gli scontri, rispose ai commenti di quella gente, mandando, letteralmente a quel paese Lucera e i Lucerini. Gli animi si accesero; i dimostranti cercarono di aggredire i delegati di polizia, i quali, presi dal terrore, si rifugiarono nell-ingresso dell-albergo De Troia. L-assedio durò molte ore; la folla inferocita non esitò a scagliarsi contro un reparto di carabinieri a cavallo sopraggiunto per evitare il linciaggio dei delegati. Quando alcuni uomini cercarono di entrare nell-albergo De Troia, addirittura dai tetti degli edifici adiacenti, i delegati decisero di uscire, scortati dai carabinieri. Fu la tragedia. Un uomo con un bastone colpì al capo un delegato che si accasciò, ferito. Alla vista dell-ufficiale di polizia sanguinante a terra, i militari aprirono il fuoco sulla folla che era disarmata. Le scariche di fucileria furono così intense che molti pensarono fosse stata usata una mitragliatrice che in mattinata era stata esibita come deterrente. Sul selciato di piazza Umberto I, rimasero, uccise all-istante, 4 persone e altre 6 morirono in seguito per le ferite riportate. I feriti furono una cinquantina. Ma, quella giornata drammatica vide altro sangue scorrere. Un-ora dopo i fatti di piazza Umberto I, quando l-ordine era stato ristabilito con l-arrivo di altri militari, ci fu un-altra vittima. In via san Domenico, verso le 21, un giovane bersagliere in licenza, Giovanni Folliero, stava tornando a casa, quando fu fermato da alcuni militari che presidiavano la zona, per un controllo dei documenti. Mentre il ragazzo tirava fuori la licenza rilasciata dal suo reparto, però, uno di quegli uomini, tale Michele Mascitelli, un ardito di origini campane, sparò, uccidendo il bersagliere. Il fatto avvenne all-incrocio tra via san Domenico e via Cairoli, dove si trova una quercia che proprio i parenti del giovane piantarono, l-anno dopo, per ricordare il loro congiunto. Il Mascitelli fu condannato in contumacia, nel 1921, a 14 anni di reclusione; pena mai scontata perché l-uomo forse espatriò, infatti il relativo mandato di cattura nel 1941 era ancora valido. Una cinquantina i manifestanti che furono sottoposti a processo, nel marzo 1920, ma solo alcuni furono condannati a pene miti; gli altri furono assolti.-
La vicenda arrivò anche in Parlamento.
D.A.