John Fante, la confraternita dell’uva

John Fante, la confraternita dell-uva – Einaudi Stile Libero – 9 euro


 


John Fante andrebbe letto per comprendere la vita degli immigrati italiani negli Stati Uniti all-inizio del secolo. Era infatti figlio di un abruzzese emigrato in America nel 1901 ed i suoi romanzi raccontano quelle storie, che sono un po- anche le nostre, e pullulano di termini italiani, di minestroni e di rosari, di muratori, tradimenti, imbrogli familiari.


La confraternita dell-uva si occupa del rapporto tra padre e figlio; Fante stesso, in queste pagine  – che sono forse il suo secondo capolavoro dopo Chiedi alla polvere – dichiara tutto il suo amore per il Dostoevskij dei Fratelli Karamazov.


Uno scrittore abbandona la sua casa sulla spiaggia per recarsi nel paese d-origine, dove pare che i suoi genitori abbiano deciso di divorziare alla veneranda età di sessant-anni. Il ritorno sarà fisico e spirituale, riporterà il protagonista e narratore nei luoghi e nei modi della sua infanzia, della sua radice e matrice.


Fante è brillante e sincero, fonde dramma e sceneggiata, la sua opera -assurge a commedia-, come ha scritto Vinicio Capossela, per questa capacità di creare una coesistenza di stili e registri, senza risultare pretenzioso.


Fante racconta tutto senza censure, rendendo così i personaggi veri, e storie semplici che giudicheremmo prive di interesse diventano nelle sue mani materia nuova e creazione profonda.


Fante non è superficiale, Fante si scopre, si mette a nudo. Ha la capacità di descrivere con una vividezza impressionante situazioni consuete. Le sue opere sono tranches de vie che vale la pena sperimentare.


Una lettura vivamente consigliata, dunque, come la ri-scoperta di questo splendido autore dimenticato, che ha l-arte di coinvolgere senza pietà il lettore nelle sue esperienze.


 


-Né cattolici né muratori. Buon Dio, cos-è successo?-


 


 


Bianca Emilia


 


 

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