Non fare l’indiano (se non ne conosci usi e costumi)

La compagnia indiana di Milon Mela fa sosta nella nostra provincia all-azienda agrituristica Masseria Sant-Agapito in agro di Lucera, dove lo scorso venerdì ha tenuto un-applaudita esibizione, sciorinando il meglio del suo accattivante repertorio, fatto di danze acrobatiche accompagnate da musiche iterative, costumi rutilanti di stoffe ricchissime, maschere antropomorfe dalle espressioni inquietanti, esibizioni di arti marziali e contorsionismi. La splendida cornice dell-aia, coi fabbricati in gran parte ancora diruti, lasciati al naturale e con solo una luce colorata a disegnarne i contorni, ha fornito una scenografia affascinante; più che lo sfondo delle varie esibizioni sembrava esserne parte integrante. Il tutto, aiutato dalle più calda e piacevole sera d-estate finora registrata, ha finito per conferire all-appuntamento la dignità dell-evento, nel significato più vero del termine, fin troppo abusato oggigiorno, ma estremamente appropriato alla qualità complessiva del set.


Proveniente dal teatro Vascello di Roma e diretto al teatro Astagali di Lecce prima di partire alla volta della Polonia, terra natale del loro regista, dove si tratterrà per l-intero mese di luglio, la compagnia, originaria della regione indiana del Bengala, ai confini col Pakistan, riprende l-antica tradizione dei Baul (letteralmente -folli di Dio-), una comunità di cantori mistici vaganti che risale al Medioevo indiano, per i quali la divinità è racchiusa nel cuore di ogni uomo, al punto da non riconoscere il sistema delle caste, unici tra le varie comunità di religione induista.


Utilizzando strumenti autocostruiti i Baul, riscoperti dal premio Nobel Rabindranath Tagore, uno dei più grandi poeti indiani contemporanei, accompagnano alla ricerca interiore le varie forme d-arte e le tecniche creative che hanno finito per diventare le loro attività prevalenti. E così il numeroso pubblico ha potuto assistere alla danza Chhau, antica danza sacra praticata ancora oggi dalle popolazioni tribali contadine del Bihar per propiziare piogge e raccolti abbondanti. La rappresentazione delle storie tratte dai testi sacri induisti quali il Mahabharattha, i Purana e il Ramayana è arricchita dai vistosissimi costumi e dalle pesanti maschere (fino a 4 kg.) raffiguranti divinità, demoni e spiriti tribali che non impediscono ai danzatori acrobazie mai fini a sé  stesse, ma componenti un-armonica, scenografica coreografia. Più fisica ma non meno spettacolare è la dimostrazione di una delle più antiche arti marziali indiane, il Kalaipavatthu, originaria del sud della penisola, una tecnica di combattimento a metà tra l-Aikido, il Kendo ed il Karate, che vede impegnati due maestri di una delle scuole più conosciute della regione, i quali si fronteggiano con lunghissimi bastoni che maneggiano abilmente, riuscendo a fermare i colpi sempre un attimo prima di raggiungere il bersaglio, senza mai rinunciare alla teatralità del gesto.


Prima del finale esclusivamente musicale, due giovanissimi danzatori hanno rappresentato una lunga, ieratica danza celebrativa dell-unione dell-uomo con la divinità. Denominata Gothipva e rifacentesi alla tradizione delle Devedesi, le danzatrici dei templi, identifica le divinità con l-elemento femminile, impersonato da uomini travestiti perché all-epoca non era consentito alle donne recitare, che con assoluta naturalezza e maestria passano da eleganti passi di danza a veri e propri esercizi di contorsionismo, sia individuale che in coppia, degni dei maggiori spettacoli circensi. Ad incorniciare degnamente lo spettacolo, in apertura e in chiusura, la Danza del Fuoco sullo sfondo dell-incantevole cappella fatiscente, per l-occasione trasformata in spogliatoio nella parte interna e in palcoscenico nella facciata anteriore.


Grazie all-organizzazione di Raffaella Montrano di Murales, alla collaborazione di Aldo Grillo dei Charmin- Elf ed all-ospitalità dei gestori della Masseria Sant-Agapito si è compiuto un grosso sforzo organizzativo, senza la collaborazione di Enti pubblici né di sponsor privati, ma solo grazie all-entusiasmo di singoli appassionati, che indicherà la direzione da seguire per fare cultura e spettacolo al di fuori degli ordinari circuiti commerciali e con un intelligente uso di spazi alternativi, che il nostro territorio offre in gran quantità, ma che quasi mai vengono sfruttati in modo adeguato.


 


Michele Colucci


 

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