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Tradizioni della cucina lucerina: i ‘cicce cutte’




Nel giorno dedicato alla commemorazione dei defunti, abbiano deciso di  proporre a beneficio dei nostri ‘web-gourmand’, la ricetta del giorno, iscritta nella tradizione culinaria lucerina: i ‘cicce cutte’.

Piatto che sembra mettere davvero tutti d’accordo, dai più grandi ai più piccoli, in una data di pregnante significatività nella tradizione popolaresca, come pure nel rito di cattolico commiato verso i cari estinti.

E allora buona lettura ma soprattutto buon appetito!

 

‘Cicce Cutte’

 

Ingredienti per 6 persone

500 grammi di grano tenero

500 grammi di noci secche da sgusciare

100 grammi di cioccolato fondente

100 grammi di vino cotto

2 frutti di melograni

 

Riporre il grano in una capace pentola, contenente all’incirca due litri d’acqua, portarla ad ebollizione e lasciarla cuocere a fuoco lento per un’ora.

Nel frattempo, in una terrina sgranare i melograni, sgusciare le noci e spezzettarle, procedendo alla tritatura in modo grossolano della cioccolata fondente.

Quindi scolare il grano, lasciarlo raffreddare e frammescolarlo al tutto aggiungendovi il vin cotto, lo sciroppo ricavato dal mosto bollito.

Conservare in luogo asciutto e lasciare insaporire per almeno un’ora.

Dopodiché servire in tavola.

 

Un po’ di storia

 

La coltivazione del grano si perde nella notte dei tempi, quantunque le prime tracce trasmesse dall’homo ‘rusticus’ si facciano risalire a 5000 anni or sono.

Fin dall’antichità esso ha costituito un alimento-base: semplice quanto nutriente.

Il grano è un cereale che si distingue nella varietà ‘dura’, a squarcio vitreo, ed idonea per la trasformazione in semola e pasta.

Cui va a sommarsi il cosiddetto ‘grano tenero’, a frattura farinosa per le farine, dalle quali ricavare il pane e i dolci di più disparata fattura.

In chicchi, cotto e condito nelle forme salate o zuccherose, rappresenta una radicata consuetudine culinaria pure in Sicilia.

Lo si trova, non a caso, in tutta una fascia iscritta tra l’asse mediorientale e l’area mediterranea.

Cotto e addolcito è di casa in Basilicata, Puglia e nel vicino Lazio.

In terra siciliana à di antica tradizione. Al punto che racconti leggendari vi paiono intessuti a doppio filo.

Tra questi uno narra che nel XVII secolo l’isola fu pervasa da una perdurante carestia ed a Siracusa, benché altre fonti indichino Palermo, laddove i morsi della fame facevano avvertire tutta la loro presenza, il 13 dicembre (giorno dedicato al culto di Santa Lucia) attraccò un bastimento carica di farinacei.

E così la popolazione non perse tempo prezioso nel macinare il grano.

Anzi lo lessò e se ne nutrì subito.

Era così nata la ‘cuccía’, dal dialettale ‘cocci’ o ‘cuocci’, come vengono dialettalmente definiti i chicchi di frumento.

Fors’anche dallo ‘xuxeon’ consumato in Grecia e composto da una miscela o bevanda di farina addolcita consumata sul luogo della sepoltura del defunto a quaranta giorni dalla sua dipartita dalla più terrena delle dimensioni esistenziali.

In Africa, a partire dall’Egitto, il medesimo rito preparatorio è ancor noto col termine di ‘kesc’.

 

Il substrato leggendario

 

La leggenda narra che un giorno la bella Persefone, figlia di Demetra, mentre si accingeva a raccogliere fiori assieme ad alcune amiche, si allontanò nel bosco e così Ade, la divinità dell’Oltretomba, da tempo innamorato della fanciulla, decise di rapirla con il beneplacito di Zeus. 

La Dea Madre accortasi della scomparsa della figlia iniziò a cercarla ma, avvedendosi dei vani i suoi tentativi, decise che sin quando non gli sarebbe stata restituita la terra non avrebbe prodotto più i suoi frutti.

Il padre degli dei ordinò, così, ad Ade di lasciar libera la giovinetta ma il dio, con un’abile trovata, la costrinse a fare ritorno da lui ogni sei mesi.

Demetra, infuriata, stabilì che nel periodo che Persefone fosse rimasta nel regno dei morti, sul mondo sarebbe calato l’inverno e la terra non avrebbe prodotto i suoi frutti, una metaforica assenza dal ciclo vitale in vista del successivo risveglio a nuova esistenza.

E’ in questa ottica che la festività di ‘Halloween’, il cosiddetto ‘carnevale novembrino’ assume una nuova valenza.

Tanto che il sacro giorno è vieppiù lasciato passare in cavalleria, avviandosi ad assumere un significato differente dal primo.

Diventa, cioè, il momento in cui il drappo che separa il mondo dei vivi da quello del sovrannaturale va squarciandosi.

Così da poterlo trapassare: in modo che le anime dei morti possano far visita ai loro cari sulla terra dei vivi.

Da questa credenza nasce l’usanza di lasciare frutti o latte sugli usci delle porte, in modo che gli spiriti, durante le loro visite potessero ristorarsi.

Oppure accendere torce e fiaccole per segnare loro il cammino e agevolarne il ritorno nell’aldilà.

Con l’avvento del Cristianesimo, la Chiesa cattolica cercò di appropriarsi della festa, così ben radicata nella cultura popolare per esserne rimossa.

Da quel momento in poi il 1 novembre assunse le fattezze del giorno della memoria: la festa di Ognissanti.

Le figure fatate e gli spiriti della tradizione celtica, a loro volta immagine di una proiezione oltremondana di subitanea fine e altrettanto pronta rigenerazione, vennero demonizzati.

Con questi le donne, le cui mansioni nei rituali di fertilità, un tempo fulcrali, finirono con l’essere tramutate in streghe ed i falò di giubilo convertiti in roghi. Anche le lanterne e le luci guida subirono egual sorte.

E quelle che all’inizio avevano il mero compito segnalare ai cari estinti la via della casa eterna divennero fonti di luce scaccia-streghe, attraverso un impiego del tutto difforme da quello originario.  

 

A cura di Costantino Montuori

 

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