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Belli ciao, la recensione: nulla di scontato e soprattutto divertente

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“BELLI CIAO” 
Regia di  Gennaro Nunziante
Durata 87 minuti
 
“Belli ciao” (riferimento provocatorio a “Bella ciao”? Se così fosse, sarebbe la mossa più audace del film) è ben fatto. 
Pio e Amedeo si sono mantenuti sobri (forse pure troppo) e hanno azzeccato l’obiettivo del loro  film: scorre veloce, evita di essere scontato, nonostante non si prenda mai la libertà di spiazzarci o colpirci a fondo, e soprattutto DIVERTE.
Sono molte le trovate che funzionano, non ci sono praticamente tempi morti,  e tranne qualche battuta un po’ forzata, in più occasioni fa davvero piegare dalle risate. 
Immagino che avrà successo il minitormentone “Top adoro, top adoro, ad libitum”, emblema del tentativo di un uomo d’altri tempi (con il vezzo del latino) di adeguarsi al linguaggio social, azzeccatissimo. L’attore Giorgio Colangeli è molto bravo nel restituire il senso di straniamento verso questa deviata modernità e al contempo a farci sentire appagati perché finalmente la smette di parlare latino! Con buona pace per i latinisti, perché ammettiamolo: a chi non dà fastidio la spocchia dei citazionisti?
Riuscito anche l’accenno di riflessione che prende spunto da un luogo comune abusatissimo (il costo della vita a Milano) ma lo arricchisce (ovviamente nei limiti contestuali propri di un film leggero) con la tematica del disagio che spesso colpisce i giovani meridionali saliti al Nord. (SPOILER: Mi riferisco alla crisi di Aurora, costretta in una terribile periferia, ristretta in una cucina minuscola, frustrata e timorosa di essere considerata una fallita se tornasse a casa). 
E poi ovviamente ci sono loro: Pio e Amedeo. 
Il duo mi ha sempre fatto sbellicare dal ridere (dalle grezzurie inaudite di “Emigratis” allo show tutto loro su Mediaset, anche se di quest’ultimo non ho condiviso alcune scelte comunicative), e mi aspettavo molto dal loro. 
Non sono stato pienamente soddisfatto, ma sicuramente non mi hanno deluso.
L’affiatamento tra i due è ormai calibrato alla perfezione. Il gesticolare irresistibile, la mimica sopra le righe, l’andatura saltellante di Amedeo, l’approccio paternalistico di Pio, ormai sono un marchio di fabbrica in grado di far ridere tutta l’Italia, non solo i meridionali.  
Va detto, che il ruolo più difficile è sicuramente quello di Pio: a lui sono affidate le battute “classiche” e deve recitarle in milanese (cosa difficilissima per un pugliese). Il rischio di essere ridicolo invece di divertente era davvero dietro l’angolo. Pericolo scampato. 
C’è una scena che mi ha colpito in particolare: l’abbraccio di Amedeo a Pio sulla lettiga dell’ospedale, è un abbraccio prolungato, pieno di sottintesi, in cui i due sembrano dirsi: “Guarda dove diavolo siamo arrivati, a fare un film con la Universal!”. 
Il regista, furbetto quanto basta, coglie il momento e gli dedica quei due secondi in più che servono a creare empatia con lo spettatore.
Fin qui, le lodi. 
Ora, qualche punto debole. 
La brevità dell’opera ha rilegato ai margini gli altri attori, a discapito di una maggiore coralità: penso al grandissimo Pinuccio Sinisi, che non capisco perché non venga mai valorizzato quanto meriterebbe (come in Mondocane, ad esempio, dove è di gran lunga il migliore attore dell’intero cast eppure il suo ruolo è lasciato in secondo piano). 
Ma soprattutto, manca la furia iconoclasta delle scorrettezze (a volte involontarie e per questo ancora più dirompenti) a cui ci avevano abituato Pio e Amedeo. A parte il timido accenno all’essere “liquidi” nelle relazioni sessuali, non c’è altro di “sconveniente”.
Capisco l’urgenza di non inimicarsi i soliti rompiballe, di non andare troppo “al di là”: è come se avessero deciso di fare buon viso a cattivo gioco e a conti fatti, la scelta è vincente (soprattutto al botteghino, aspetto fondamentale per qualsiasi opera popolare). E capisco il timore di gettare tutto alle ortiche dopo una lunghissima gavetta.  Però, è mo’ che viene il bello. Ciao!
Nicola Ivan Bernardi

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