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STORIA DI LUCERA: CARLO II E LA FINE DELLA COLONIA SARACENA




Continuiamo il viaggio nella storia di Lucera e delle sue origini ad opera di Nando Carrescia.

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Per l’ultimo ventennio dell’impero di Federico, e poi per tutta la seconda metà del duecento, cioè ben oltre la caduta della potenza sveva nel mezzogiorno, questa colonia lucerina si mantenne e sopravvisse felicemente. I saraceni di Lucera, pur essendo stati oggetto di deportazione e repressione, presero parte attiva alla difesa del regno svevo. Il papato non adottò un atteggiamento ostile e minaccioso verso Lucera fino a dopo la morte di Federico II. Papa Urbano IV scelse, come nuovo candidato per il trono siciliano, il fratello del re Luigi IX di Francia, Carlo I d’Angiò. Carlo sconfisse Manfredi nella battaglia di Benevento nel 1266, e costrinse poco dopo i musulmani di Lucera a capitolare. (1)

La battaglia di Benevento cominciò con la carica dei cavalieri saraceni di re Manfredi, di cui fu in Lucera la sede o una delle sedi. Questa fedeltà saracena agli svevi, sia al grande Imperatore sia a Mantredi e forse anche a Corradino, si mantenne fino al ’66-’68 ma, anche dopo di allora, la caduta degli svevi non comportò la fine di questa colonia lucerina e, per quasi un quarto di secolo dal 1266 al 1300, la colonia di Lucera visse ancora in pace. Essa fu più distaccata dal subentrato potere angioino, soprattutto a causa della diversa posizione degli angioini e degli svevi rispetto al Papato, e, quindi, ai diversi caratteri dei domini anche in questioni di tolleranza religiosa. In ogni caso, questa sorta di tolleranza, di fatto, continuò per tutto il regno di Carlo I, il quale permise ai saraceni di continuare ad abitare in città, perdonò loro le colpe e le offese arrecate a chiunque e promise l’impunità per i reati commessi in precedenza. Il passaggio al governo angioino non sembra aver drasticamente cambiato né l’economia di Lucera né la distribuzione stabilita della terra. I diritti di proprietà monastici e baronali erano, per la maggior parte, rispettati e l’importanza dell’agricoltura locale era apprezzata dai sovrani angioini che controllavano i livelli della produzione del grano, il suo trasporto e la sua vendita. La peculiarità di Lucera, di essere abitata da una maggioranza musulmana pare non aver influito sul suo accorgimento nella struttura govemativa angioina. Lucera era una universitas come le altre, su di essa però gravava un pesantissimo tributo di guerra di quattromila once l’anno. L’amministrazione generale della giustizia e la tassazione della regione erano responsabilità del giustiziere di Capitanata, il quale era aiutato nel suo compito sul posto dal capitano di Lucera. Ai musulmani, come agli abitanti cristiani, era permesso di eleggere i propri extimatores per valutare la produzione agricola da tassare. (2)

Per sentirsi sicuro, Carlo I irrobustì le difese del castello svevo e fece costruire un fortilizio in modo da poter disporre in qualsiasi momento di un numero di armati sufficienti per il controllo della città; questa venne divisa in due: nell’area del castello si stabilirono le genti venute dalla provenza, alle quali Carlo I assicurò l’esenzione completa dalle tasse e concesse gratuitamente case, soldi ed animali, mentre gli arabi furono confinati nel nucleo urbano. Terminata la costruzione del fortilizio, il compito di custodire il castello venne affidato al castellano, nominato dal re. Era coadiuvato da un vice castellano ed aveva alle sue dipendenze un numero di uomini che variava da venticinque a cento; scompare quindi la figura dell’arcadio e la sua autorità viene affidata direttamente al giustiziere di capitanata, coadiuvato dal capitano di città. Alcuni saraceni vennero elevati, da Carlo I, alla dignità di cavalieri, in virtù dei loro meriti al servizio del re nelle spedizioni in Tunisia, Albania e in Sicilia; costoro, forti del favore regio e in possesso di cospicue ricchezze, esercitarono grande influenza sui concittadini, approfittandone  per fare i loro interessi sotto la protezione della curia reale, e divennero, quasi tutti, esattori delle imposte. Tra questi spicca la figura di un saraceno, Riccardo, che risulta essere un punto di incontro nei rapporti tra il re e la comunità. Molto probabilmente egli era una specie di capo della comunità musulmana lucerina e. contemporaneamente, un esecutore locale della volontà regia angioina avente una certa autonomia sui suoi compatrioti. Il suo potere terminò con Carlo II, quando il capitano di Lucera Enrico di Guerard scoprì i soprusi e le malefatte del saraceno e lo fece rinchiudere in prigione. Dopo Riccardo, approfittano del favore regio altri tre arabi: Haggag, figlio di Riccardo, Abd el Aziz e Saleni. Costoro usurparono le terre dei poveri, impedirono i pascoli e qualcuno, di loro, diventò anche delatore dei concittadini quando scoppiò la rivoluzione dei saraceni. Nel complesso, questi musulmani lucerini sembrano essere stati di modesta levatura culturale: non si elevarono più in alto poiché l’autorità regia lo impediva. Il predecessore di questi signorotti locali fu Giovanni Moro, figlio di una schiava, crebbe come servo nel palazzo imperiale e si guadagnò la simpatia di Federico II. Con Corradino, l’autorità del saraceno crebbe a tal punto che egli comandava alla pari del re. Dopo la morte di Corradino, cercò di impadronirsi del potere concedendo ospitalità a Manfredi con il proposito di tendergli un tranello. Contemporaneamente, però, affidò il governo della città a Marchisio con l’ordine di non fare entrare né Manfredi né altri e si recò a Roma dal Papa. Al principe svevo fece sapere che andava a difendere la causa degli svevi. In realtà, Giovanni Moro mise a disposizione di Innocenzo IV se stesso e la città, a danno di Manfredi. Ma i fatti si svolsero diversamente: Manfredi venne accolto trionfalmente dal popolo e Marchisio fu costretto a deporre le armi ed a prostrarsi ai piedi dello svevo. Frattanto, Giovanni Moro é stato nominato, dal Pontefice, Primo Cameriere del regno; durante il viaggio di ritorno apprende che Manfredi é entrato in città. Chiede allora al principe un salvacondotto per giungere fino a lui per ossequiarlo; fallito questo tentativo, Giovanni Moro si reca dai suoi connazionali ad Acerenza, ma costoro, saputo del tradimento, uccidono il saraceno e inviano a Lucera la sua testa che viene appesa all’ingresso di porta Foggia (3).

Sotto il regno di Carlo II, i musulmani di Lucera continuarono a vivere indisturbati per un quindicennio; poi vi fu la tragedia del 1300, atto di brutale intolleranza, ingordigia ed avidità della corona angioina: gli Angiò, in realtà, soddisfecero la propria avidità sui beni e le fortune di questi musulmani di Lucera. Re Carlo II decise di sterminare definitivamente i saraceni per tre motivi: il suo fervore cattolico, un’eventuale ribellione, i danni arrecati dagli arabi alla Capitanata. Il re insiste, soprattutto, sul motivo religioso, sostenendo che i musulmani avevano denigrato la fede cristiana. E’ evidente che Carlo II fu molto cattolico, fondò chiese e monasteri, ma come il padre, non meno di lui attento credente, dopo la vittoria riportata sui saraceni, nel 1269, lasciò loro la libertà di professare liberamente il proprio culto religioso, servendosene nelle lotte contro i suoi nemici interni ed esterni. Allo stesso modo, il 28 aprile 1284, Carlo II ordinò al giustiziere di Capitanata di destinare in Calabria tutti i saraceni di Lucera abili alle armi,al fine di congiungerli all’esercito destinato contro i siciliani, ed usò verso i saraceni piena tolleranza religiosa (4); quindi, gli Angioini continuarono nell’usanza di Federico dell’impiego dei musulmani nelle loro imprese militari.

La verità è che il movente religioso c’entra in minima parte. Per circa quindici anni, il re non si era  preoccupato né della conversione dei saraceni né della condizione dei cristiani. Fino al 1296, per quasi trent’anni, gli angioini hanno lasciato vivere miseramente il vescovo, senza versare alla chiesa le decime dovute sui proventi curiali, difendendo a stento i possessi ecclesiastici non solo dai saraceni, ma dagli stessi ufficiali regi. Inoltre, i rapporti tra cristiani e maomettani erano sempre buoni; non s i trova neppure un accenno, di lotte o disordini momentanei, che possano trarre origine dalla differenza di fede.

Tutti i cittadini, musulmani e cristiani, partecipano di comune accordo alla parvenza di vita municipale, eleggendo le varie cariche. L’odio di religione non esiste. I monasteri del contado danno le loro terre da coltivare indifferentemente a cristiani e saraceni.

Più corrispondente alla verità fu il secondo motivo presentato dal re Carlo II: il pericolo di una ribellione contro la sua autorità. E evidente, infatti, come tra il 1299 e il 1300 il malcontento fosse aumentato. Esso si manifestò in forme violente a causa della pressione tributaria divenuta ormai insostenibile ed a causa delle continue ingiustizie cui i saraceni, furono sottoposti da parte del re, dei suoi funzionari, dei signori locali e dei loro stessi compatrioti passati dalla parte del re. I tumulti costituirono la causa occasionale della distruzione della colonia saracena di Lucera. Carlo II diede più giustificazioni per la sua decisione di distruggere il possedimento a Lucera, tra queste l’accusa ai musulmani di avere "uno spirito di ribellione" ed una "cattiveria preconcetta" (5). Egli sostenne che la loro rimozione da Lucera era necessaria per proteggere i fedeli cristiani.

La soppressione dell’università saracena venne preparata minuziosamente: si raggiunse un accordo con le università limitrofe, si raccolsero uomini e mezzi necessari per circondare la città e non far fuggire nessuno. Nello stesso tempo, per non destare sospetti, continuarono i normali rapporti con la comunità lucerina. L’ultima lettera reale, prima della dispersione della colonia, è del 4 agosto 1300. Da allora, manca ogni documento fino al 21 agosto, cioè sei giorni dopo l’entrata delle truppe in città. I saraceni non hanno il sospetto della grave minaccia. La presenza di schiere armate nei pressi della città viene messa in relazione con la guerra in Sicilia; inoltre le parole del re, confortate dalla presenza di un nuovo capitano e di un inquisitore che doveva rendere giustizia ai saraceni, dissiparono ogni diffidenza. Ciò é dimostrato dalla scarsa resistenza che oppose la città e dagli elogi del re, al capitano, per la cautela e la prudenza con cui aveva preparato l’impresa. L’astuzia e l’inganno dovevano valere più della forza; per questo, a guidare la spedizione, fu scelto non un  uomo d’armi, ma un notaio, Giovanni Pipino di Barletta. Costui, munito di ampi poteri, giunse ai primi di agosto in Capitanata per preparare il piano. Innanzitutto, convocò segretamente i rappresentanti delle maggiori università della provincia; queste si impegnarono a versare, in cambio della distruzione dei saraceni, un tributo annuo di duemila once, di cui ottocento gravavano in ugual misura su tutta la Capitanata e milleduecento solo su quelle università confinanti con Lucera, le quali trarranno benefici dai terraggi dei nuovi coloni e dal possesso di nuove terre. Come contropartita, le università furono esentate dagli altri tributi per un triennio. Il piano finanziario di Pipino risultò geniale: in annate normali, il reddito complessivo dei tributi di Lucera ammontava a millecinquecento once; con la nuova soluzione il reddito aumentava. Nessun valore ha la tradizione che Pipino sarebbe entrato in città solo dopo varie scaramucce ed una battaglia in campo aperto; non c’e nessun accenno nei documenti a questi avvenimenti. Pipino, invece, entrò nella città amichevolmente, con un mediocre numero di soldati, senza destare sospetti. Una volta entrato, con l’aiuto del capitano e della guarnigione del castello, si impadronì dei punti strategici della città e iniziò gli arresti delle persone più influenti. Soltanto allora iniziò la resistenza armata, che si sviluppò nelle vie della città e durò circa dieci giorni. Se alla vigilia dell’Assunzione ci fosse stata una battaglia in campo aperto, Pipino avrebbe avvertito il re, il quale, invece, mostra di non saperne nulla.

Dopo la strage iniziale, per occupare del tutto la città, non si verificò alcun eccidio. Furono, dapprima, catturati i loro capi e i rispettivi parenti in numero di quattrocentocinquanta: Riccardo e Sulimen, figli di Haggag, Salem Garruso, Bulgassem. Altri grandi, come Haggag, Abd el Aziz e Salem vengono arrestati fuori della città. Tutta la classe dirigente venne condotta a Napoli ed imprigionata nelle carceri dei castelli reali. Eliminati i capi, il popolo dei saraceni venne disperso in numerose zone dell’Italia: in Basilicata, in Puglia, negli Abruzzi. Parte si accampò nel territorio di Lucera sotto la sorveglianza delle guardie reali. Non possono riunirsi in gruppi superiori a dieci persone e non possono allontanarsi dal posto loro assegnato, pena l’amputazione di un piede. I viaggi di trasferimento, nelle nuove residenze, si svolsero fra continue molestie e stragi a danno dei saraceni, nonostante la protezione delle guardie e nonostante la pena di cinquecento once imposta agli aggressori.

Senza ombra di dubbio, l’esempio di Carlo II, che ha proclamato opera santa la distruzione degli infedeli, contribuisce a far sorgere negli animi quell’odio e quel fanatismo religioso che pareva assopito da anni. Non tutti i capi saraceni si rassegnarono alla prigionia; qualcuno, come Abd el Aziz, riuscì a tornare in libertà anche a costo di tradire. Infatti, divenne delatore dei suoi concittadini che nascondevano, in Lucera, frumento e viveri di altro genere. Per allontanare, poi, ogni sospetto, il vecchio saraceno abbracciò la religione cristiana e diventò Nicola da Lucera.

Morì all’inizio del 1301, prima ancora di poter raccogliere i frutti del suo tradimento. Per quanto riguarda i saraceni, essi vennero, dapprima, privati di tutti i loro beni, anche delle suppellettili, poi la maggior parte della comunità fu sparsa in diversi posti del sud Italia. Carlo proibì ai musulmani di avvicinarsi alla città o di raggrupparsi fuori dai luoghi stabiliti per la loro occupazione in gruppi di più di dieci persone. Benché avesse incominciato ad ordinare la vendita immediata delle loro vettovaglie, Carlo aspettò diversi mesi prima di disporre la vendita della maggior parte dei musulmani, forse, in parte, perché aveva bisogno della loro collaborazione nel ritrovare le riserve di grano. Successivamente vennero nuovamente catturati e venduti come schiavi; il prezzo minimo fissato per la vendita degli schiavi saraceni é il seguente: per ogni saraceno maschio di età superiore a dodici armi 2 once, 3 once, invece, se si tratta di un lavoratore specializzato in qualche arte; per ogni donna o bambino una sola oncia.

Complessivamente, vengono venduti circa diecimila saraceni; molti membri di spicco della comunità musulmana evitarono di essere barattati come schiavi convertendosi al cristianesimo ma, alla maggior parte dei musulmani, era vietata questa facoltà di scelta.

In conclusione, si va manifestando sempre più chiaramente che "Il primo movente dell’inumana persecuzione non é né il fanatico fervor religioso, né la protezione dei tormentati cristiani di Puglia, né il timor di violente ribellioni, ma il desiderio, l’angosciosa necessità del denaro, la quale spinge a cercarne in ogni modo, ad ogni costo".

Questo proposito venne attuato con un calcolo astuto. Sin dal primo momento, Pipino, in nome del re, prese possesso non solo delle terre demaniali ma di tutti i beni mobili ed immobili, posseduti ed acquistati dai saraceni; inoltre, vennero annullati tutti i contratti e le concessioni di qualsiasi genere. Dopo la sottomissione dei saraceni, si procedette immediatamente alla confisca e alla vendita. L’azione non continuò sempre spedita; la grande razzia del re incoraggiò i furti privati e le azioni banditesche. Dai luoghi vicini arrivarono, ad una Lucera semideserta, predatori che portarono via tutto quello che poterono, nonostante la vigilanza delle guardie e gli avvisi di punizioni esemplari. A tali azioni private si devono aggiungere le frodi nella pesa e nel trasporto del frumento, per cui lo stesso re incomincio a dubitare dei suoi stessi funzionari.

Le case dei saraceni vennero cedute ai nuovi coloni inviati, secondo i patti, dalle università confinanti. Ma l’arrivo ritardò sia perché i nuovi coloni non avevano capitale sufficiente per acquistare seme, concime e altro materiale per lavorare la terra e sia perché essi preferivano vivere tranquilli nei loro paesi anziché rischiare la vita, in un nuovo posto, a causa della malaria e dei predatori di frumento e di bestiame. Inoltre ai nuovi coloni non vennero cedute le terre migliori, che il re annetteva alle sue proprietà, e quelle che erano oggetto di contesa tra la curia e gli enti pubblici, i monasteri e le chiese. Pertanto le università, che speravano di trarre profitto dalla dispersione dei saraceni, restarono deluse. L’operazione finanziaria, ideata da Pipino, fu rovinosa per le università della Capitanata ma eccellente per la tesoreria reale.

Il ripopolamento di Lucera non iniziò presto. In un primo momento ci furono i civili addetti ai lavori e quelli al seguito di Pipino. Verso la metà di ottobre, del 1300, arrivarono i primi abitanti: alcuni cavalieri e fanti che parteciparono all’impresa. A costoro si aggiunsero ecclesiastici, baroni e borghesi del regno che vennero a seminare  le terre incolte. Un altro nucleo arrivò dalla Calabria; si trattava di esuli che si spingevano altrove per evitare gli irreparabili danni della guerra che, dalla Sicilia, si sperse sul continente. Altri arrivarono da zone diverse: abruzzesi, beneventani, siciliani, francesi. Su tutti, naturalmente, primeggiava Pipino. Il re fu tanto soddisfatto del notaio barlettano che perpetuò nella famiglia parte dei poteri straordinari affidatigli, nominandolo connestabile a vita, con un reddito annuo di 20 once; inoltre gli diede la facoltà di trasmettere a chiunque questa prerogativa. Pipino di Barletta si impegno più degli altri a far ritornare Lucera nell'alveo della cultura e civiltà cristiana; ciò lo si deduce dal fatto che dopo aver vinto si mise a costruire le due pin grandi chiese della città, al fine di darle un volto cristiano laddove i saraceni avevano costruito postriboli e moschee.

Quindi, dopo la parentesi saracena, era necessario ricomporre il tessuto cristiano ormai sfilacciatosi in questa città diventata sede di bande, di razziatori saraceni e di harem imperiali. Ecco che, volendola caratterizzare cristianamente quasi per cancellare lo sfregio subito, la si volle chiamare “Città di Santa Maria”, non per un atto di superficiale devozione, ma per sottolineare il ruolo avuto dalla Madonna nel ritorno della città alla fede cristiana. A rafforzare questa devozione fu costruita una cattedrale, in stile gotico, che ospita la statua lignea 'La Madonna della vittoria' in ricordo del trionfo degli angioini sugli svevi. La moschea preesistente fu abbattuta ed in quel luogo fu fatta costruire, dal re Carlo II D'Angiò e da Pipino, la nuova cattedrale di Lucera. In essa, nel febbraio del 1304, re Carlo offriva a Santa Maria le chiavi della città, quale devoto omaggio e simbolo di pieno e assoluto dominio.

Questa nuova costruzione ebbe subito l’approvazione del Papa Benedetto XI che lodò il re per la nuova cattedrale che, finalmente, era dentro l'abitato al contrario della precedente. Il Papa, riconoscente verso il re, gli dava facoltà di dare il regio assenso alla nomina del Vescovo e di proporre le persone idonee alla dignità del Capitolo Cattedrale, il Decanato e Arcidecanato. La precedente Chiesa Apostolica distrutta da Federico II pare nascesse nel luogo detto Tribuna, il luogo dove il Procuratore romano

nel periodo Imperiale emetteva le sentenze e amministrava la giustizia. La stessa Santa Sede però cosciente che il ritorno ad una vita cristiana della città non si poteva avere con Decreti Regi, né con Bolle Pontificie, né con fabbriche di nuove chiese. Essendo stato spazzato via d'un colpo la precedente tradizione cristiana, favorì la nascita di ordini religiosi e inviò sul posto un santo pastore. un vescovo che rimarrà una colonna della chiesa Croata: il Beato Agostino Kazotic nato a Treù e vescovo di Zagabria (1260-1323), che plasmò la nuova cristianità. La cattedrale divenne il nucleo esterno, il luogo della memoria cittadina e della tradizione popolare cristiana che bisognava ricomporre. Cosi nell'abside della cripta centrale in alto campeggiano i quattro santi vescovi (scomparsi) che fondarono la chiesa lucerina delle origini: San Basso, San Pardo, San Marco e Sant'Agostino.

Sotto di loro un grande affresco dell'Assunzione della Beata Vergine Maria a cui il tempio è stato dedicato e sotto la cui protezione la città e la comunità cristiana locale è affidata in ricordo del grande molo avuto dalla Madonna nella cacciata dei saraceni e del ritorno alla tradizione cristiana. Vennero, inoltre, aperti alcuni conventi e consacrate molte chiese. San Domenico fu eretta laddove si trovavano i magazzini musulmani e San Antonio Abate al posto di un harem. La struttura urbana romana torno ad essere quella dominante. Chiese e conventi individuarono i luoghi centrali della vita cittadina, secondo un preciso ordinamento gerarchico. Questo rimase l'impianto urbanistico della città nei secoli successivi.

 

1. J. Taylor, Una colonia musulmana nell’Italia medievale, Bari, 1999, pag. 233

2. J. Taylor, Op. cit., pag. 234 ‘

3. T. Del Duca, Op. cit., pag. 12

4. R. Bevere, Ancora sulla causa della distruzione della colonia saracena di Lucera, Napoli,

1935, pag. 223 nota 4

5. J. Taylor, Op. cit., pag. 238

6. T. Del Duca, Op. cit., pag. 15

7. T. Ibidem, Op. cit., pag. 19

8. J. Taylor, Op. cit., pag. 240

9. T. Del Duca, Op. cit., pag. 19

10. P. Egidi, La colonia saracena di Lucera e la sua distruzione, Napoli 1815, pag. 207

11. T. Del Duca, Op. cit., pag. 21 — 22

12. G.B. Gifuni, Origini del ferragosto lucerino, Lucera, 1932, pag. 14

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