CULTURA Lucera         Pubblicata il

Storia di Lucera- Ceramiche saracene lucerine




Continuiamo il viaggio nella storia di Lucera e delle sue origini ad opera di Nando Carrescia.

Per farlo al meglio leggi tutti gli interventi correlati alla Storia di Lucera.  

 
Dalla vendita dei beni mobili, tolti agli stessi saraceni, risulta inoltre documentata esplicitamente l’esistenza in Lucera di case "cum fornace pro faciendi quatariis" (8). I termini di "quartare" e "quartarari", nel loro esatto significato di “vasi" e “vasai" (propri della parlata siciliana e trapiantati in Puglia dagli stessi musulmani della colonia lucerina al tempo di Federico Il) (9), servono a convalidare la portata della produzione della ceramica saracena, che risultò essere abbondante e qualificata, fino ad essere sottoposta a precise tassazioni.
Del resto, accanto ai documenti vi sono le testimonianze degli stessi manufatti in ceramica, sia pure frammentari, emersi dagli sterramenti del fossato del castello di Lucera. In essi, vi sono tecniche e decorazioni largamente note ai musulmani di Sicilia e conseguentemente continuate dagli artigiani saraceni della colonia lucerina sotto gli Svevi ed anche sotto gli Angioini, come attesta il simbolo araldico del giglio che ricorre nelle decorazioni di alcune di queste ceramiche. Sono state rinvenute a Lucera anche terracotte con decorazione geometrica di manifattura saracena, ceramiche a vernice piombifera e soprattutto maioliche policrome a decorazione zoomorfa o floreale con motivi ornamentali tipici del repertorio arabo.
E' emerso, ancora, vasellame che, in alcuni casi, presenta una vetriatura piombifera, in altri si presenta senza vernice, ma dipinto in rosso, con decorazione a spirali. Grossi vantaggi, per la diffusione della tecnica dell'invetriatura a base stagnifera anche verso il Nord della penisola, si ebbero con le fiere istituite da Federico II che portarono ad un incremento dei traffici commerciali, assegnando un ruolo rilevante soprattutto alla colonia di Lucera.
Diffusa, inoltre, la lavorazione del ferro e dell’argento e tal proposito, nella relazione sulle ricchezze sequestrate ai  saraceni caduti in disgrazia, come il cavaliere Riccardo, viene riportato un gran numero di gioielli in oro ed argento.
Non mancavano le industrie. Nei vari documenti troviamo bardari, ossia fabbricanti di bardature per animali da tiro, da sella e da carico, intarsiatori, carpentieri, armiaioli, fabbricanti di tappeti. Pare avesse un grosso sviluppo la fabbricazione di armi e la tarsia.
I maestri armaioli e i "tarsiatores" li troviamo nominati anche fuori di Lucera, a lavorare a Canosa, a Melfi e a Napoli per conto della corte. La perizia degli artigiani musulmani era così apprezzata dalla corte che nel 1300, dopo la precipitosa vendita di tutti gli artigiani musulmani, gli artigiani venduti vennero riacquistati dalla Corte stessa. 
Assai meno è stato rilevato l’impiego dei saraceni come soldati, nelle guerre degli ultimi Svevi, e soprattutto il loro significato nello sviluppo dell’arte militare medievale. Essi rappresentano lo sforzo di contrapporre una fanteria di tiratori alla fanteria comunale lombarda, armata di lancia e scudo.
Quale è l’efficienza guerresca dei saraceni?
Parrebbe abbastanza notevole. Essi legano il loro nome, sia pure con alterna fortuna, alle due maggiori battaglie combattute da Federico II contro i Lombardi: Cortenuova e Parma; e secondo la tradizione ebbero parte cospicua nella difesa del regno contro gli angioini nel 1266, sia a San Germano che a Benevento. Accanto alla massa di arcieri a piedi, doveva esserci un certo numero di arcieri a cavallo. Erano però privi di armi difensive. L’unica arma era l’arco, cui si aggiungeva un coltello o spada corta; rappresentavano insomma una fanteria leggera, assai mobile e relativamente manovriera.

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