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Storia di Lucera - Colonia Saracena: ordinamento e rapporti con la popolazione lucerina




Ordinamento della colonia saracena di Lucera, contatti con gli abitanti, attività lavorative, rapporti con le popolazioni vicine.

Continuiamo il viaggio nella storia di Lucera e delle sue origini ad opera di Nando Carrescia.

Per farlo al meglio leggi tutti gli interventi correlati alla Storia di Lucera.  

 

I saraceni di Lucera non tardarono molto a comprendere che il loro destino fosse quello disegnato dalla volontà dell’Imperatore e che proprio lui avrebbe contrassegnato la loro sorte. Federico II, infatti, per assicurarsene la fedeltà, non mancò mai di difenderli dall’odio dei suoi sudditi cristiani e di premiarne le prestazioni. Della loro fedeltà era talmente sicuro, da trarne la sua guardia personale. Racconta Panetta nel suo libro 'I saraceni in Italia': «…Gli abitanti di Lucera diventarono una minoranza, segregata, col loro vescovo, fuori delle mura. La città era dominata da una moschea. Diventati così un’autentica colonia musulmana indipendente (la città fu chiamata Lucera Saracenorum), quegli stessi saraceni furono sempre fedelissimi all’imperatore e, nelle varie spedizioni al suo seguito lungo la penisola, mettevano tutta a ferro e fuoco, saccheggiando a man bassa le terre che percorrevano, tanto che erano sempre preceduti da una psicosi di panico e di terrore. Rimase famoso, nella storia, l’episodio accaduto nel settembre del 1240 ad Assisi e che ebbe per protagonista santa Chiara.

Costei, mostrando, dall’alto di una finestra del monastero di San Damiano, l’ostensorio con l’Ostia Eucaristica, riuscì a fermare le bande saracene che, al comando di Vitale di Aversa, si erano lanciate al saccheggio della guelfa città».

Ciò anche se i saraceni continuavano ad essere considerati in stato servile.

Nei diplomi svevi ed angioini, i saraceni di Lucera sono chiamati “Servi fisci” “Servi camere”   o semplicemente 'Servi'.

Erano dunque schiavi del re, servi dello stato?

Bisogna ricordare quanto la servitù si fosse trasformata nel corso dei secoli. Il diritto che il servo aveva sul peculio, già nel mondo romano, si era man mano esteso; vi si era aggiunta la capacità di possedere immobili e di agire di fronte a terze persone come un vero e proprio uomo libero. Federico non doveva cercare lontano una condizione nuova per i saraceni. Da quasi due secoli, dal momento cioè che i normanni avevano conquistato la Sicilia, copioso era il numero dei saraceni ridotti alla condizione di servi del fisco o servi dei privati. Se nelle città essi erano riusciti rapidamente a riconquistarsi la piena libertà e stato civile quasi uguale a quello dei cristiani, nelle campagne la maggior parte di loro cadde in condizione servile e seguì la sorte della terra su cui vive.

Ma, anche allora, vennero forniti del godimento di possessione, obbligati solo a prestazioni annuali in derrate, e comunque come persona legale e diritto di proprietà fuori dalle terre del loro signore. Federico non aveva che da applicare, ai saraceni trasferiti a Lucera, le norme di vita conservate in vigore nell’isola, rendendole meno strette e severe.

La maggior parte dei nuovi coloni era raccolta nella città. Durante il regno di Federico II la comunità musulmana sembra essere organizzata secondo le proprie norme. Il suo capo era definito alchadi o archadius; la parola traduce senz’altro l’arabo Kaid o Qadi, condottieri secondo l’abitudine dei secoli precedenti. A Lucera, però, uno dei Kaid (di grado superiore per nascita o sugli altri lo innalzava la fiducia reale) aveva vera e propria autorità; in pratica era colui che aveva preminenza e governo della città, il capitano si direbbe in paese cristiano, cosi come Kaid e archadius erano chiamati capitani e castellani della Sicilia ai tempi della conquista.

Nonostante le loro imprese guerresche, i saraceni di Lucera erano, soprattutto, agricoltori così come lo sono stati in Sicilia sotto i normanni. Le terre del regio demanio vengono assegnate ai coloni arabi, i quali sono obbligati a versare due tributi speciali: il 'canone' e la 'gézia', quelle stesse imposte che gia gravavano sui saraceni in Sicilia. Il canone é la somma annua pagata da ciascun saraceno per il godimento della terra demaniale da lui lavorata. E quella che corrisponde al 'terragium' ai tempi svevi o angioini. Solo per i saraceni ha questo nome, perché la misura del tributo e diversa: pare naturale che ai servi del fisco non fosse fatta una condizione identica a quella dei coltivatori. I documenti angioini ci permettono di conoscere con maggiore precisione la misura del tributo; essi ci dicono che la curia regia era solita riscuotere per le terre affidate ai saraceni "terralia et alia iura". Le consuetudini del regno fissavano il terratico nella metà del seme sparso; in questa misura lo troviamo nelle concessioni fatte da Federico II in Capitanata. 'L’alius ius' é la speciale tassa che gravava sui saraceni e caratterizzava il canone; il pagamento di questo canone dava ai saraceni anche diritto di pascolo e legname.

Le terre su cui potevano contare i saraceni erano composte di una parte demaniale e di una parte non demaniale sui cui avevano diritto di semina, parte però non troppo rilevante.

La 'gézia' era un tributo di origine araba, una tassa speciale con la quale veniva concessa la piena liberta religiosa. Non è possibile stabilirne l’entità ed il modo di riscossione. A questo proposito Gamal ad Din (filosofo, poeta, matematico che scrisse un trattato imperiale sulla logica per Federico II) cosi riferisce al sultano d’Egitto nel 1261 dopo una visita ufficiale presso la corte del re Manfredi:

«Presso il paese nel quale io soggiornavo, é una città chiamata Lûgârah, gli abitanti della quale sono tutti musulmani di Sicilia, e quivi si fa la pubblica preghiera del venerdì e si compiono pubblicamente i riti dell’islamismo...; e io vidi che i principali della corte di Manfiedi erano musulmani, e che nel suo campo si faceva pubblicamente l’hidàn e la preghiera giornaliera».


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