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San Francesco d’Assisi, la festa del santo a Lucera




Il 4 ottobre, nel cuore della vendemmia, cade la festa di san Francesco. In effetti, Egli morì, alla Porziuncola, alle 19 di sabato 3 ottobre 1226, 785 anni fa, all’età di quarantacinque anni.
Ci si domanderà: “ perché viene festeggiato il 4 se è morto il 3 ottobre?
La contraddizione è solo apparente in quanto in Italia, durante il Medioevo e fino al XVIII secolo, il giorno legale non cominciava alla mezzanotte, come oggi o come durante l’Impero romano, ma con l’Avemaria della sera annunziata dal suono delle campane alla fine  del crepuscolo serale , vale a dire mezz’ora dopo il tramonto. Ora, dato che ai primi d’ottobre il sole cala intorno alle 18, le 19 corrispondono alla prima ora del 4 ottobre del calendario medievale.

San Bonaventura, nella Legenda Maior, narra “ per dimostrare che, sul modello di Cristo-Verità, egli non aveva nulla in comune con il mondo, durante quella malattia così grave che pose fine a tutto il suo penare, si prostrò in fervore di spirito tutto nudo sulla terra [……]. Volle, di certo, essere conforme in tutto a Cristo Crocifisso che, povero e dolente e nudo, rimase appeso alla croce. Per questo motivo, all’inizio della sua conversione, rimase  nudo davanti al vescovo; per questo motivo, alla fine della vita, volle uscire nudo dal mondo, e ai frati che gli stavano intorno ingiunse per obbedienza e carità che, dopo morto, lo lasciassero nudo, là sulla terra, per il tempo necessario a percorrere comodamente un miglio”.
Ed ancora, sempre San Bonaventura, ci dice: “ Le allodole che sono amiche della luce ed hanno paura del buio della sera, al momento del transito del santo, pur essendo già imminente la notte, vennero a grandi stormi sopra il tetto della casa e, roteando a lungo con non so qual insolito giubilo, rendevano testimonianza gioiosa e palese alla gloria del santo che tante volte le aveva invitate a lodare Dio”.
San Francesco aveva il dono soprannaturale di comunicare con tutti gli esseri; d’altro canto,  come spiegare non solo la predica gli uccelli ma, anche, l’incontro con le pecore al pascolo che gli saltellavano festosamente intorno, o con il pesce del lago di Rieti che si era messo a giocare nell’acqua intorno alla sua barca? Gli animali, dunque, avvertivano in lui una presenza luminosa di comunicazione e di pace.
Egli era privo di cultura profana  e, certamente, non era un teologo ma. ciononostante, sapeva offrire interpretazioni sorprendenti della SacraScrittura secondo la conoscenza del cuore che posseggono i mistici e che, con Gesù, sono figli di Dio. Questa comunione ebbe la consacrazione visibile nelle stimmate sul sacro monte della Verna, nell’estate del 1224, mentre stava celebrando, con il digiuno e con l preghiere, la Quaresima di san Michele Arcangelo, una delle sette quaresime di digiuni annuali.
San Tommaso da Celano, a tal proposito, ci narra che fu lo stesso Cristo, apparso nelle sembianze di un alato serafino, ad imprimergli nella mattina del 14 settembre, festa dell’Esaltazione della Santa Croce,  l’ultimo sigillo. Le stimmate, impresse a caratteri di sangue vivo nei fori delle mani e dei piedi, visibili in forma di chiodi di carne col capo rotondo e nerastro sul palmo e lunghe punte ricurve sul dorso e nella ferita sanguinolenta del costato, furono le prime nella storia della cristianità.
Francesco, nonostante i dolori, non aveva smarrito la sua letizia che, un giorno, aveva spiegato con due versi improvvisati in una festa si cavalieri al castello di Montefeltro, a San Leo:
“ Tanto è grande il ben che aspetto che ogni pena mi è diletto”.
 
Trovò, persino la forza di scrivere ad Assisi, verso la fine del 1224 o all’inizio del 1225, il Cantico di frate Sole che termina con i versi sulla morte:

“ Laudato si, mi Signore per sora nostra Morte corporale,
  da la quale nullo omo vivente può scampare.
  Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali!
  Beati quelli che troverà nelle tue sanctissime volutati,
  ca la morte seconda no li farà male,
  e rengraziate e serviteli cum grande umilitate”.

Pio XI, nell’enciclica Rita expiatis, in occasione del settimo centenario della sua morte scriveva: “ …. non esservi stato mai alcuno in cui brillasse più viva  e somigliante l’immagine di Gesù Cristo e la forma evangelica di vita che in Francesco”.
Nel 1939, Pio XII lo proclamò patrono principale   insieme con Santa Caterina da Siena.
La sua festa, nel cuore della vendemmia, potrebbe ispirare un simbolismo connesso all’uva ed alla vite, come insegna il Vangelo di Giovanni là dove il Cristo si definisce la vera Vite spiegando: “ Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla […..] Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete, e vi sarà dato …… ”.
Le parole di questa parabola sembrano calzare proprio a Francesco, il cui dies natalis cade proprio quando i grappoli d’uva sono raccolti nei cesti, testimonianza di un tralcio fecondo e non più destinato alla morte.

Nando Carrescia

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