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L’Epifania e la Befana arrivano sempre in compagnia. Nota e poesia di Pasquale Zolla



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L’Epifania è una festa cristiana celebrata dodici giorni dopo il Natale.
Alcuni documenti di Tito Flavio Clemente d’Alessandria, un teologo del 150 d.C., attestano che le prime comunità cristiane d’Alessandria d’Egitto amavano celebrare la Natività di Gesù e con essa anche l’Epifania come la manifestazione del Signore al mondo.
A partire dal III secolo, le comunità cristiane dell’Oriente associarono il termine Epifania ai tre regni rivelatori di Gesù cristo: l’adorazione dei Magi, il battesimo di Gesù adulto nel fiume Giordano e il miracolo di Gesù a Cana.
Papa Giulio I promosse la data della Natività al 25 dicembre (350 d.C.), basandosi sui censimenti storici della Palestina, portati a Roma dallo storico Tito Flavio Giuseppe nel 90 d.C.
La separazione tra ricorrenza della adorazione dei Magi e la ricorrenza del battesimo di Gesù fu fatta per non accavallare le date dei pellegrinaggi che partivano per il fiume Giordano e contemporaneamente per Gerusalemme.
Le prime comunità Copte cominciarono a celebrare la Natività il 25 dicembre e l’Epifania, intesa solo come battesimo, dodici giorni dopo la ricorrenza del Natale.
La Befana è una figura folcloristica legata alle festività natalizie.
Si tratta di una donna molta anziana che vola su di una logora scopa per far visita ai bambini nella notte tra il 5 e il 6 gennaio e riempire le calze dei bambini, appese ai camini o alle finestre, di dolci e regali (per quelli buoni) e carbone per quelli il cui comportamento non è stato buono.
L’origine è dovuto a riti propiziatopri pagani (X – VI sec. A. C.), in merito ai cicli stagionali legati all’agricoltura.
I Romani, poi, li associarono al loro calendario, celebrando, la dodicesima notte dopo il solstizio invernale, la morte e la rinascita della natura, anche perché credevano che quelle dodici notti  (i mesi dell’anno), associati a simboli e figure femminili che volavano sui campi coltivati e propiziavano la fertilità dei futuri raccolti.
La figura della donna volante venne identificata in Diana, la dea della luna legata alla cacciagione e alla vegetazione.
Un’altra ipotesi collega la Befana ad un’antica festa romana, che si svolgeva in inverno, in onore di Giano e di Strenia (da cui: strenna) durante il quale si scambiavano doni.
Altri la deriverebbero da una raffigurazione simbolica dell’anno vecchio che, poi, veniva bruciato attraverso l’immagine di un fantoccio.
Una versione cristiana di una leggenda del XII secolo dice che i re Magi, diretti a Betlemme per portare doni a Gesù Bambino, non riuscendo a trovare la strada chiesero informazioni ad una donna anziana. Cercarono di convincerla a seguirli per far visita al bambino, ma lei preferì rinchiudersi in casa. Ma, pentita, si mise a cercarli, senza però riuscirci. Così si fermò ad ogni casa che trovava lungo il cammino, donando dolciumi ai bambini che incontrava, nella speranza che uno di essi fosse il piccolo Gesù. Da allora gira il mondo, facendo regali a tutti i bambini per farsi perdonare.

‘A notte d’a Befane
I brellòkke d’u cile uaedave
chjùkkèmmaje lustrekande kuanne
’na muréje strambalate assaje
assòpe de mè se appujaje.
Ne nge kredéve: ‘a Befane éve
ka sópe ‘a skòpe scelljave
è dduje sakke ngulle tenéve.
D’è kamine traséve è ascéve
dòrce è rrjaline purtanne
è krjature ka bune évene state;
a ki malamènde kumburtate s’avéve
i karavune nd’i kavezètte appése
è fukarule lassave. Apprime
ka u sóle ngile akkumbaréve
sópe a’ skòpe, k’i sakke ammakande
ngulle, vèerze u cile se ne jìje
ò munne mannanne nu vase
è nu salute. Fòrze ke kuillu
jèste perdune addummannà
vuléve a tutte i jenìje pekkè
pure tutte i fèste se purtaje vìje.

La notte della Befana
Le stelle ammiravo
più splendenti che mai quando
un’ombra assai strana
su di me si posò.
Non ci credevo: era la Befana
che sulla scopa volava
e due sacchi aveva sulle spalle.
Dai camini entrava e usciva
portando dolci e regalini
ai bambini che erano stati buoni;
a chi male si era comportato
il carbone nelle calze appese
ai caminetti lasciava. Prima
che il sole sorgesse
sulla scopa, con i sacchi vuoti
sulle spalle, verso il cielo si alzò
mandando al mondo un bacio
e un saluto. Forse con quel
gesto perdono chiedere
voleva all’intera umanità perché
anche tutte le feste si portò via.

Pasquale Zolla






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