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Omaggio a Bud Spencer, protagonista del film il 'Soldato di Ventura' girato a Lucera



In suo onore, il murales vincitore dell'edizione ‘This is Art 2014’
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Vogliamo ricordarlo così, Bud Spencer, nome d'arte di Carlo Pedersoli, che proprio qui a Lucera fu protagonista del film 'Il soldato di ventura', girato nel 1975 proprio all’interno della Fortezza lucerina. Riproponiamo un articolo riepilogativo di ciò che accadde allora:

Fu una grande festa, settimane in cui Lucera scoprì “in diretta” il fascino del Cinema e la simpatia di un grande personaggio: Bud Spencer. Trent’anni anni fa arrivò la troupe del film “Il Soldato di Ventura”, diretto dal regista e scrittore Pasquale Festa Campanile e interpretato da un nugolo di bravi attori: Philippe Leroy, Marc Porel, Enzo Cannavale, Mario Scaccia, Renzo Palmer, Oreste Lionello, Angelo Infanti, Mariano Rigillo, Andrea Ferreol e, appunto, Bud Spencer, al secolo Carlo Pedersòli, imponente ex nuotatore, in nazionale alle olimpiadi di Melbourne del 1956. E’ stato il primo italiano a scendere sotto il minuto nei 100 stile libero. Poi c’erano le comparse, in larga parte ragazzi del posto e dei paesi limitrofi, entusiasti di vivere quell’esperienza davanti alla macchina da presa, accanto a tanti protagonisti del grande schermo. La pellicola rilegge, come è noto, in chiave comica, le vicende che portarono alla Disfida di Barletta, con il corpulento attore napoletano nel ruolo di Ettore Fieramosca, capitano di ventura originario di Capua. Set naturale, a Lucera, la fortezza Svevo Angioina e le zone limitrofe.

Le riprese cominciarono i primi di settembre, ma già in luglio, squadre di operai si erano messe all’opera per realizzare, all’interno del Castello, una città composta da trulli, botteghe, taverne e l’immancabile chiesa. Le costruzioni erano in muratura e avevano per tetto una copertura di assi di legno sulle quali erano adagiate le tegole. La palestra dell’Opera san Giuseppe fu adibita a base logistica e magazzino per i costumi con annesso reparto vestizione. La leggenda narra di buchi goliardicamente praticati nei separè per spiare le ragazze mentre si spogliavano per indossare i costumi. All’esterno delle mura del castello, sul lato che domina la strada per Pietramontecorvino, fu realizzata una piattaforma in legno per aumentare la superficie disponibile per le scene di massa in cui i soldati francesi davano l’assalto alla città tenuta dagli spagnoli. Non mancavano una torre per l’attacco alle mura e una testuggine, rivestita di lamierino di rame, provvista di ariete: macchine da guerra realizzate in gran parte con leggerissimo legno di balsa. E poi, massi di polistirolo a volontà che i “difensori di Barletta” lanciavano dagli spalti. Le gragnole  di frecce, invece, erano “sparate” da una sorta di catapulta issata su una piattaforma di cemento che, dopo un trentennio, purtroppo, fa ancora orribile mostra di sè. I massi e le frecce furono i souvenir preferiti da portare a casa.

Il primo giorno di lavorazione, durante la pausa per il pranzo, tutti a casa in costume.“I soldati” portarono con sé spade, pugnali e scudi e questo fece balenare ad alcuni l’idea di dar vita a duelli all’arma bianca in piazza Matteotti e in piazza Duomo. La cosa non sfuggì, ovviamente, alle autorità che pregarono la Produzione affinché si evitasse di lasciare “le armi” in dotazione alle comparse durante le pause. Richiesta accolta; nei giorni a seguire, tutto doveva essere meticolosamente  consegnato in palestra, all’Opera, prima di andare a mangiare.

Il regista pretendeva, durante le riprese, grande impegno e accompagnava quella costante richiesta con colorite invettive rivolte, soprattutto, alle madri e alle sorelle di fanti e popolani, oppressi, tra l’altro, dal gran caldo che caratterizzò quei lontani giorni. Pasquale Festa Campanile, comunque, fedele alla sua ironia, in molte occasioni, soddisfatto della scena, gratificò tutti con la frase che presto diventò celebre:“Bravi, davvero bravi. Ritiro tutto quello che ho detto sulle vostre madri”. La foga non mancava, quando si girava, e qualcuno addirittura cadde dalle scale di legno appoggiate alle mura del castello, durante gli “assalti”, rompendosi una gamba.

Il compenso quotidiano spettante alle comparse era di 8000 lire per i soldati e 5000 lire per i popolani. Dopo alcuni giorni dall’inizio delle riprese ci fu, però, una sorta di sciopero, un ammutinamento: la somma doveva lievitare. Così, la Produzione, per non perdere tempo, decise un adeguamento delle tariffe, che furono portate a 10000 e 8000 lire. Una bella somma, per quei tempi, che faceva comodo a studenti e disoccupati cronici, molti con famiglia a carico, che colsero quell’occasione per mettere insieme pranzo e cena.

La presenza di quel mondo multicolore che animava la città, contagiando tutti, portava al castello un gran numero di curiosi, anche forestieri, che non volevano perdere l’occasione di vedere Bud Spencer in azione, sul set. In realtà, era possibile assistere, da lontano, solo  alle scene girate all’esterno delle mura, posizionandosi lungo alcuni tratti del viale, di fronte alla torre della regina. Di sera, il via vai era anche più intenso. Lo struscio aveva cambiato direzione, mentre  le luci delle lucerne conferivano grande fascino alla fortezza. Sembrava che l’orologio della Storia fosse tornato indietro di alcuni secoli.

“Il Soldato di Ventura” suggestionò tanti ragazzi, che, ingenuamente, si convinsero, familiarizzando con attori, tecnici e cascatori, che “fare  cinema” fosse la grande occasione per dare una svolta alla propria esistenza vissuta in un paese di provincia. E che soprattutto fosse facile. Molti erano  pronti a partire per seguire la troupe, per poi tentare di rimanere, magari a Roma o chissà dove, in quel mondo di celluloide. Ma era solo illusione, una piacevole illusione. Infatti, quando le riprese programmate a Lucera terminarono, i primi di ottobre, quella magia svanì e la città ritornò alla vita di sempre, in balia dei suoi atavici problemi e alla mercè di una classe politica immobile, incapace di tendere l’orecchio per ascoltare le esigenze dei giovani e di cogliere in pieno il potenziale del nostro patrimonio storico monumentale che gli autori del film avevano capito. L’arrivo del “Soldato di Ventura” fu, insomma, uno squillo di tromba, un invito a svegliarsi, che si perse inascoltato nel deserto della Lucera degli anni 70.  Col tempo, non pochi di quei ragazzi, che si cimentarono come comparse nell’esperienza cinematografica, partirono lo stesso, per seguire altri percorsi, da semplici emigranti, però, verso il Nord a cercar lavoro.

Quando il film arrivò nelle sale, l’anno dopo, fu proiettato, con grande affluenza di pubblico, al “Supercinema Lepore”, sito in un edificio in via Roma, successivamente demolito per far posto allo stabile i cui piani terreni sono oggi occupati dagli uffici della Posta Centrale. Fu come guardare un album di ricordi. Quell’estate del 1975 era ormai lontana.

Il Cinema, comunque, sarebbe ritornato altre volte a Lucera, soprattutto nel 1987 con il film “Le vie del Signore sono finite”. C’era ancora Enzo Cannavale, “Bracalone”, lo scrivano analfabeta del “Soldato di Ventura”, accanto a un altro attore partenopeo: l’indimenticabile Massimo Troisi.

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