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Devin Townsend Band: Accelerated Evolution

2003 -  InsideOutMusic / SPV

 

Se un pomeriggio di inverno, il cielo sarĂ  plumbeo e avrĂ  smesso da poco di piovere, allora: salite in macchina e fate un giro in montagna.

Giunti sul punto più alto, spegnete il motore e scendete a guardare la natura che vi circonda, lasciando lo sportello aperto per permettere che la musica di Accelerated Evolution si diffonda lungo le distese che avete dinanzi agli occhi: forse, in quel momento, l’inestirpabile terrore della solitudine vi abbandonerà.

Quando Steve Vai aveva l’età di appena 18 anni, un certo Frank Zappa lo chiamò alla propria corte affinché incidesse per i suoi album le parti di chitarra più complesse.

Nel 1993, Steve Vai, ormai divenuto un’icona dell’arte chitarristica, decise di ingaggiare per l’interpretazione della parti vocali di uno dei suoi migliori dischi, Sex and Religion, uno sconosciuto di appena 17 anni: il canadese Devin Townsend.

Evidentemente per alcuni il destino è già scritto nel dna. Per altri, è necessario uno sforzo immane per raggiungere risultati apprezzabili. Per quelli come me, è il caso di accontentarsi nel godere delle espressioni artistiche altrui… e vi garantisco che l’ascolto di Accelerated Evolution potrebbe costituire un’autentica rivelazione.

In questo disco, scopriamo come la potenza e l’aggressività del rock duro possono sposarsi felicemente con melodie ariose ed avvolgenti, delineate da tastiere atmosferiche e arpeggi di chitarra elettrica alternati a riff sempre molto vari e fantasiosi.

Senza la pretesa di voler semplificare la complessità di un’opera straordinariamente stratificata e profonda, possiamo dire che l’incisività e la facilità di memorizzazione delle parti cantate, spesso molto corali, rappresenta il contrappeso pop posto a bilanciare le sezioni strumentali, spinte ai limiti dell’avanguardia, in una ricerca coraggiosa e, soprattutto, fruttuosa nei campi del progressive e della musica sinfonica.

La scena di apertura è affidata a Depth Charge, canzone molto ritmata, dai tempi spiccatamente hard rock dettati dalle drums di Ryan Wampoderooyen: la cassa tuona poderosa, mentre con tocchi sopraffini si espande il suono dei piatti, incessantemente sferzati nella costruzione delle aperture melodiche.

La voce di Devin non si fa attendere, ed immediatamente le sue capacità espressive vengono poste in primo piano: alla delicatezza di una strofa, fa da contraltare il rauco richiamo alle timbriche metal. L’impianto sonoro, all’apparenza cervellotico e disorientante, rivela in pochi passaggi la strada maestra seguita per tutto il dipanarsi del percorso sonico: ad ogni ascolto, scoprirete nuove e stimolanti linee guida.

Il discorso viene chiarito efficacemente in Storm. Da dove inizieresti se volessi cambiare il mondo? Da una tempesta!

Le linee vocali, sorrette da un tappeto incessante di tastiere, spesso coperte dai continui spash di piatti, raggiungono picchi di espressivitĂ  straordinari.  E la solitudine, la guerra, l’amore, la quotidianitĂ  si insinuano tra i pensieri dell’ascoltatore.

Ma la vera perla del disco è, a parere di chi scrive, Deadhead.

Un inno alla Dea del Sole, costruito su riff di chitarra capaci di trasmettere un senso di drammaticità meravigliosamente crepuscolare. Devin è abbarbicato sul punto più elevato di una torre, tutt’intorno la Svezia, con le sue immense distese di boschi, valli e monti. Ancora più in alto, un’entità astratta invocata con dolcezza: “Will you save me? … It’s all in the pain…”.

Chitarra e drums introducono alla quinta traccia: Suicide.

E’ impossibile ascoltare questa canzone senza provare l’impulso irrefrenabile di seguirne il ritmo, con gli occhi ben chiusi e la mente intenta ad immaginare il turbinio di pensieri che scuote la rassegnazione di un uomo seduto lì in un angolo, con la testa tra le mani.

L’impossibilità di comprendere il senso della vita, le menzogne di cui abbiamo bisogno per andare avanti, la sofferenza insita nel senso di incompiuto che pervade il nostro animo… Suicide non è un invito alla rassegnazione, è il tentativo di aprire uno spiraglio sul nostro io, spesso trascurato e dimenticato, fino a quando non prende il sopravvento sulla razionalità imposta a tutti gli aspetti della nostra esistenza.

Traveller, sesta canzone del lotto, è invece un’inaspettata sterzata verso sonorità più spensierate: un canto di libertà, dimentichi di tutto ma non di tutti, alla scoperto di un mondo luminoso, in attesa di tornare da colei/colui nel quale abbiamo deciso di riporre fiducia.

Away segna il ritorno ad atmosfere piĂą soffuse, tracciate questa volta soprattutto dalla sei corde di Devin, con un approccio alle linee vocali molto corale. I tempi rallentano sensibilmente, sostenuti da una sezione ritmica semplice ma sempre molto incisiva. Le note di tastiera, dilatate in un prolungato tappeto sinfonico, accompagnano ora le vocals ora i riff di chitarra, senza mai invadere la scena. In definitiva, uno splendido viaggio astrale ai confini mai definitivi del mondo.

L’esplorazione continua con Sunday Afternoon, una sorta di space ballad in cui viene descritta la dolce attesa per l’avvento di qualcuno che, si è sicuri, prima o poi arriverà… Gli influssi delle sperimentazioni settantiane si sentono soprattutto nell’uso delle tastiere, questa volta molto evidenti, non distante dalle esplorazioni sonore dei primi King Crimson.

E siamo giunti alla fine: Slow me down ci saluta con il ritorno a tempi maggiormente sostenuti. Devin canta con un piglio meno riflessivo, quasi a voler emergere dal mare buio della sua mente per rapportarsi al mondo esteriore. Il senso di estraneazione che ci ha accompagnato lungo tutta la durata del disco, lentamente svanisce lasciando posto ad un’armonia ritrovata, anche se forse non del tutto…  

 

Nicola Ivan Bernardi







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