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Death: the sound of perseverance



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Genere: metal.

Durata: 56 minuti, 21 secondi.

 

Per la cultura ufficiale, l’hard rock si ferma ai Guns N’Roses o al più a Bon Jovi.

A volerla dire tutta, l’heavy metal non esiste se non quando qualche scellerato massacra i compagni per poi sostenere di aver officiato un rito satanico, oppure quando Marylin Manson dichiara ai giornali di essere l’Anticristo.

Poco importa se i Metallica hanno venduto milioni di dischi, e così gli Iron Maiden ed i Black Sabbath: non ascolteremo mai una canzone metal alla radio, né le televisioni parleranno del Gods of Metal, nonostante 40 mila persone ogni anno vi accorrano da tutta Italia.

Oggi, invece, voi leggerete di musica heavy metal, perché esiste realmente e perché milioni di persone di tutte le età, ne sono appassionati.

 

Nel 1998, anno decisamente prolifico per la scena estrema, vide la luce l’ultima opera dei Death: “The sound of perseverance”.

A chi ritiene che le uniche innovazioni in campo rock/metal, a partire dagli anni ’90 siano costituite dalle tecniche di registrazione e mixaggio, i Death rispondono con un  un “semplice” disco heavy metal, un tributo alla mitica scena della New Wave.

Con alcune, sostanziali differenze, prima di tutto sotto il profilo tematico.

L’epicità dei Manowar diventa tormento interiore; gli universi alieni dei Voivod si riversano nell’Io dell’uomo contemporaneo; i racconti dei grandi personaggi storici degli Iron Maiden trasmutano nelle vicende degli sconosciuti; non sono più le forze occulte del Cosmo a dannare sistematicamente l’essere umano, poiché è l’uomo stesso, nella sua parossistica pretesa organizzativa (tutto deve essere socialmente inglobato) ad incatenare gli individui nel tentativo di asservirli al bene comune, all’ordine diligente e produttivo.

Laddove l’heavy metal era abituato a parlare di eroi, solitari e delusi, a volte sconfitti, ma pur sempre eroi, il metal degli anni ‘90 parla  di uomini comuni, disperati e angosciati, sfociando in una forma estremizzata di esistenzialismo.

Non stupisce, allora, trovare nell’ultima pagina del booklet del cd una splendida citazione di Nietzsche: “Whoever fights monsters should see to it that in the process he does not become a monster. And when you look long into the abyss, the abyss also looks into you" (Chi lotta contro i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te - Friedrich Nietzsche,  Al di là del bene e del male) .

Con queste parole i Death intraprendono una personale crociata contro tutti i pregiudizi e le ipocrisie, contro tutto il marciume che sembra ormai una congenita caratteristica dell’essere umano.

L’abisso è spaventoso perché è in grado di osservarti, di penetrare nel tuo animo e di corrompere anche lo spirito di vendetta più rabbioso.

Il mostro omologante ti circonda e tenta di inglobarti, onnivoro e insaziabile e combatterlo può rivelarsi una malefica trappola che ti imprigionerà fino a farti diventare un oleato bullone nell’ingranaggio della massificazione.

Il concetto è ben espresso dalle semplici parole di Chuck (master mind dei Death): “…Ho imparato ad amare l’innocenza della gioventù più di ogni altra cosa. A volte desidererei ci fosse una droga in grado di restituire ad una persona questa innocenza fanciullesca, in modo da poter dimenticare tutto quel dolore che si vede negli occhi di un adulto, consapevole delle cose del mondo”.

Charles Michael Schuldiner saliva sul palco, imbracciava la sua chitarra e guardando dritto davanti a sé, fiero ed incazzato, proclamava semplicemente: “Noi siamo la Morte”.

Poche parole per sfidare la platea a seguirlo nell’inferno sonoro della sua musica, un precipizio da cui riemergere più forti e rabbiosi.

I suoi occhi infuocati mettevano a disagio, trasmettevano un senso di malessere difficile da sopportare: si aveva la sensazione di dover chiedere scusa per non aver ancora deciso di levare il capo e dire “Fottetevi, io sono stufo!”.

Al di là degli aspetti tematici, è la fusione perfetta ed omogenea degli infiniti sottogeneri ciò che rende The Sound Of Perseverance un capolavoro difficilmente eguagliabile: melodia,potenza, aggressività e velocità, in un inedito combinato di chitarre soliste, sezione ritmica e vocals.

Ma esaminiamo da vicino le singole canzoni.

 â€œScavenger of Human sorrow”, la canzone che apre il disco, fa il suo esordio mettendo subito in chiaro cosa ci attende: un’impressionante scarica di doppia cassa, scandita dai colpi precisi e secchi di quel mostro ritmico chiamato Richard Christy, ci dà il benvenuto. Appena una manciata di secondi e la chitarra di Evil Chuck urla una serie velocissima di note che gradualmente si acquieta nel delineare un inaspettato calo del ritmo, continuamente spezzato dal richiamo alle prime battute del pezzo.

E’ la sinfonia di “Colui che si nutre dell’umana sofferenza”, un atto d’accusa nei confronti di coloro che  â€œaffamati cercano un sogno non loro da sfregiare e ferire”.

La voce di Chuck ringhia, stringe il cuore con ferocia, dilaniando i timpani come milioni di vetri che si infrangono.

“Conduci la tua esistenza ma non a mie spese. Se dubiti di ciò che dico, te lo proverò”, ma nessuno oserà dubitare.

Esattamente a metà canzone, il caos si placa per qualche attimo; la claustrofobia iniziale lascia il posto ad un senso drammatico da resa dei conti: prima Chuck e poi Shannon Hamm spiegano al mondo del rock come si eseguono gli assoli di chitarra, dannatamente tecnici, eppure incredibilmente melodici.

Meno di sette minuti per delineare un concentrato di idee che una band normale avrebbe utilizzato per incidere tutta la propria discografia.

Ma Chuck, quasi presagendo il suo destino, non ha tempo da perdere.

La narrazione degli orrori umani continua con “Bite the pain”.

L’assalto sonoro iniziale sembra essere cessato, ma è solo una momentanea illusione.

I tempi ritmici cambiano continuamente, il pulsare del basso stordisce i sensi, creando un vortice che afferra l’ignara vittima trascinandola ai bordi del precipizio.

L’efferatezza tematica, invece, continua a dipingere una fiera delle mostruosità di ballardiana memoria: “Non una goccia di sangue è versato, ma tu sai quanto invece sanguini. Attenzione a quella lama viva chiamata razza umana … Acide le lacrime del rimorso scorrono vane, ormai troppo tardi. Risparmiale per il prossimo scherzo del destino”.

Parole che, ascoltate oggi, sembrano quasi una triste profezia, per quanto il destino si sarebbe rivelato crudele…

Un giro di basso cupo ed ipnotico ci introduce alla terza traccia: “Spirit Crusher”.

Le pulsazioni al cardiopalmo rallentano sensibilmente, regalando break di stampo quasi jazz, contrappuntati da cavalcate epiche, stile Powerslave.

Le liriche sembrano improntate ad una sorta di cosmologia lovecraftiana, ed il riferimento alla mostruosità dell’essere umano è evidente: “Viene dalle profondità di un luogo sconosciuto al Custode dei sogni: se potesse ruberebbe il sole e la luna dal cielo. Attento. Umano a vedersi, mostro nel cuore, non dargli riparo in te, potrebbe farti a pezzi…”.

Siamo giunti alla quarta canzone, ed i Death potrebbero aver detto già tutto.

Ma stiamo parlando dei Death di Chuck Schuldiner: “Story to tell” è l’ennesimo, indescrivibile capolavoro, un invito all’apertura mentale, ad abbandonare la malvagità con cui si guarda al mondo.

La complessità degli arrangiamenti, la genialità dei cambi di tempo, la stupefacente fantasia solistica esplodono in un tripudio sonoro (neoclassico, oserei dire) in cui il rock non ha più generi.

Altra traccia, altro capolavoro, “Flesh and the power it holds”: “Te l'ho detto una volta ma te lo dico ancora: quando vivi la carne è l'inizio della fine … Come un vento sul tuo viso, non puoi vederlo, ma sai che è lí. Quando la bellezza mostra il suo brutto volto, semplicemente sii pronto”. Il corpo cattura lo spirito, lo imprigiona per poi sputarlo fuori, ormai consumato.

Momenti furiosi ed aggressivi si alternano ad intervalli riflessivi ed emozionali, ed il death sfocia nel progressive più evoluto.

Otto minuti di libertà creativa allo stato puro.

 â€œVoice of the soul”: l’essenza della musica descritta da una chitarra acustica su cui il solismo elettrico di Chuck raggiunge livelli a dir poco eccelsi: ogni nota è una parola, un sospiro, un’amara confessione.

Settima traccia “To forgive is to suffer”: perdonare è soffrire e “… per accettare un altro giorno, scegliamo di dar via un altro pezzo di vita…”.

Il deathmetal più incontaminato torna a farla da padrone nella parte iniziale della canzone, per cedere spazio agli ennesimi intrecci melodici, costruiti su un tappeto ritmico a dir poco devastante, con distorsioni ultraviolente e frustate sconquassanti.. 

Cosa che avviene pure nella successiva A moment of clarity, anche se l’andamento è più thrash, sotto certi aspetti, come nello sballottare della ritmica portante. Che dire, poi, degli assoli di chitarra nella parte centrale del pezzo? Straordinari.

Una nota particolare va riservata anche al testo, quanto di più introspettivo ed enigmatico il buon Chuck abbia scritto:  “la vita è un mistero con molti indizi, ma con poche risposte per dirci cosa c’è che noi possiamo fare per cercare messaggi che ci tengano lontano dalla verità”.

Il disco termine con una cover della celeberrima “Painkiller” dei Judas Priest, in cui Evil Chuck si cimenta ad emulare uno dei suoi cantanti preferiti, con risultati per niente deprecabili!

Se ne avesse avuto il tempo, probabilmente avrebbe deciso di prendere lezioni di canto… sicuramente con ottimi risultati.

Purtroppo, nel 1999, meno di un anno dopo la pubblicazione di The sound of perseverance, Charles Michael Schuldiner scoprì di avere un tumore al cervello.

Per più di due anni ha lottato con tutte le sue forze per sopravvivere.

Le cure a cui doveva sottoporsi erano costosissime, e sappiamo quanto il sistema sanitario americano sia spietato, sotto questo profilo,  e in breve la sua famiglia spese tutto ciò che possedeva nel tentativo di salvarlo. Il mondo del metal si strinse attorno a lui: i fan organizzarono diverse raccolte di fondi, altre band come gli Slayer ed i Testament organizzarono concerti di beneficenza; venne pubblicato un live album (Live in L.A.)… ma tutto fu vano. Il 13 dicembre 2001, morì.

Non sapremo mai se Chuck si sarebbe salvato, qualora avesse avuto la possibilità di curarsi tempestivamente e al meglio. L’unica cosa certa è che Chuck è sopravvissuto al potere della carne.

“Quando assaporerai la verità, vedrai, come le altre persone prima di me, che per te io sono il passato, una storia da raccontare. Raccontala. Potresti pensare di conoscere la fine, ma dai un'altra occhiata approfondita alle scritte di tristezza incise nel libro”.

Queste parole sono tratte da “Story to tell”.

Ma Chuck non è il passato, e la sua storia non è finita.

 

Dello stesso genere:

1)     Spiral Architect: A sceptic’s univers

2)     Aghora: Formless

3)     Carcass: Heartwork

 

Alcuni consigli sugli album pubblicati nel 1998:

1)     Anathema: Alternative 4

2)     Meshuggah: Chaosphere

3)     Sentenced: Frozen

4)     Dodheimsgard: Satanic Art

5)     Katatonia: Discouraged Ones

6)     Devin Townsend: Infinity

7)     Mindfedd: Ten miles high

8)     Opeth: Myarms, your hearse

9)     Carpathian forest: Black shining leather

10) Blind guardian: Nightfall in Middle Earth.







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