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San Martino Di Tours, tra proverbi e storia




Anche la festa di san Martino è un Capodanno, in quanto si riallaccia al Samain celtico che durava una diecina di giorni.
Giorno di precetto, era festeggiato con fiere, fuochi e banchetti, innaffiati di vino novello, perché “per san Martino ogni mosto è vino”. Questa usanza, che persiste ancora oggi nelle campagne francesi e quasi scomparsa in quelle italiane, è testimoniata da molti proverbi, come quello piemontese che invita ad ammassare per l’11 novembre: “Oca, castagne e vin ten tut pe’ san Martin”.
Ci si chiederà: castagne e vino sono frutti di stagione, ma l’oca? Una prima risposta ci viene suggerita dalla migrazione delle oche selvatiche da nord a sud è, quindi, prede dei cacciatori; Ma questo animale è anche l’attributo del santo e ci rivelerà, come vedremo, il rapporto che lega la figura leggendaria del santo  con l’antica religione celtica.
Ritornando al Capodanno celtico, il Samain chiudeva la stagione agricola per inaugurare la stagione fredda e buia che per i Celti durava sino ad aprile. Ma perché proprio la  festa di san Martino, più che quella di Ognissanti e della Commemorazione dei defunti, ha assunto le funzioni del Capodanno Celtico? La risposta è da ricercare nelle origini del culto del santo. Martino fu, nel primo Medioevo, il santo più popolare dell’occidente, soprattutto in Francia, dove più di cinquecento borghi o città portano il suo nome. Fu il patrono della monarchia francese: sotto i Merovingi fu persino computata un’era particolare che cominciava dalla sua morte. E la mantella o, meglio, quella che si reputava la sua mantella, era diventata una sorta di palladio nazionale conservata nella cappella reale. La sua figura ci appare come quella di un santo esemplare e per tanti aspetti inquietante agli occhi di un cristiano, in quanto il culto che riceveva era degno di una divinità, come testimonia un canto di questua per san Martino di Chioggia, in Veneto, dove era chiamato “re divino”.  Per capirne i motivi dobbiamo ritornare alla mantella o  cappa: all’inizio della sua carriera militare, Martino aveva il compito di ispezionare, durante la notte, i posti di guardia e sorvegliare la guarnigione. Nel corso di una ronda, nell’attuale cittadina di Amiens, egli incontrò un povero seminudo e, non avendo denari, afferrò la spada e tagliò in due la clamida donandone la metà allo sventurato. La notte seguente sognò il Cristo che, rivestito di una metà del suo mantello, diceva agli aneli: “Martino ancora catecumeno mi ha rivestito con questo mantello”.
Nella religione celtica si venerava un  dio cavaliere  che portava un corta mantellina: il culto proveniva dalla Pannonia, terra celtica e patria di san Martino.   Era considerato il cavaliere che vinceva  gli inferi, che trionfava sulla morte. Perciò, come ha osservata Margarethe Riemscheneider, lo si considerava il dio della vegetazione che superava la morte attraverso la morte, è, quindi, garante del rinnovamento della natura dopo la “morte” invernale.
Ma ritorniamo all’oca. Due le ingenue leggende: la prima narra che furono questi animali a rivelare, con le loro strida, il luogo dove si era nascosto il santo quando non voleva accettare l’elezione a vescovo. La seconda la narra Sulpicio Severo, il quale ci  racconta che un giorno san Martino si trovava con alcuni discepoli sulla riva di un  fiume  quando vide uccelli pescatori inseguire veloci una preda; allora, spiegò ai compagni che erano l’immagine di satana, il persecutore delle anime. Ingiunse, poi, a questi uccelli di ritirarsi nelle terre deserte, e fu obbedito. Sulpicio chiama questa specie di uccello “mergus”: probabilmente era un cormorano palmipede pescatore che nella tradizione, dicono gli agiografi, fu scambiato per un’oca. La l’oca era sacra ai Celti come simbolo del “messaggero dell’altro mondo” e, perciò, oche addomesticate erano sacre ed  intoccabili, accompagnavano ai loro santuari pagani i pellegrini e più tardi, in epoca cristiana, una palma d’oca sarebbe stata dipinta sul petto degli artigiani nomadi.
Il suo culto era cominciato dopo la morte avvenuta, a Candes,  l’8 novembre del 397. Il corpo venne ricondotto a Tours, dove furono celebrate le esequie. L’11 novembre, una folla, venuta da ogni parte, preceduta da duemila monaci accompagnò le spoglie sino al cimitero dove, poi, fu costruita una basilica cui si sarebbe aggiunto un monastero che divenne un centro intellettuale ed artistico.
San Martino diventò il patron della gente di Chiesa, dei soldati e dei cavalieri, dei viaggiatori, che appendevano un ferro di cavallo sul portale della sua chiesa, degli osti e degli albergatori, dei vignaioli e dei vendemmiatori e di molte confraternite.
Ricordiamo, solo per curiosità, altri proverbi inerenti il giorno di san Martino:
- “L’estate di san Martino dura tre giorni ed un pochino”;
- “Se c’è il sole a san Martino ci sarà un inverno fino con la neve per Natale e con il sole a Carnevale”;
- “Per san Martino cadono le foglie  e si spilla il vino”.
Il più curioso è quello che, assurdamente, ha proposto san Martino a patrono dei mariti traditi. Tale motto nasce dalle fiere di animali con le corna (tori, mucche, capre ecc.) che si svolgevano a quel tempo: in questa occasione, gli uomini si allontanavano da casa lasciando sole le loro compagne:
“ Per san Martino volta e gira tutti i becchi (i cornuti) vanno alla fiera”:

Nando Carrescia

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